Anche la morte ascolta il jazz di Valeria Biuso

Anche la morte ascolta il jazz

Valeria Biuso

Moda, jazz, poesia beat, esoterismo, gusto fantastico e controcultura hipster: tutto questo è racchiuso in “Anche la morte ascolta il jazz”, romanzo d’esordio di Valeria Biuso, in libreria  per Ianieri Edizioni.

“Anche la morte ascolta il jazz” è ambientato nella contraddittoria e febbricitante New York di fine anni ’40, dove vive William Brooks, un giovane scrittore che cerca l’ispirazione a zonzo per le livide strade della Grande Mela. Brooks scrive recensioni per il “Partisan Review”, la rivista più radicale della città, e frequenta i locali storici del bepop, dove pullulano morfinomani, hipster e perdigiorno. Sarà l’incontro imprevisto con un lontano parente, l’azzimato e nebuloso Noah Tats, a risvegliare Brooks, scuotendolo dal languore in cui si sentiva impaludato ormai da tempo; l’orizzonte del giovane sembra così illuminarsi improvvisamente grazie a una misteriosa e ammaliante promessa di consapevolezza, ma lungo la strada non mancheranno ombre e pesanti inquietudini a complicare il cammino.

Valeria Biuso narra la crisi identitaria di una intera generazione, evocando il relativismo dei nuovi valori fondamentali e le irrisolvibili antinomie che dominano la società occidentale.

Catanese, classe 1993, appassionata di letteratura francese e americana, Valeria Biuso si specializza nello studio delle lingue e delle letterature straniere, frequentando l’Alliance française, la Sorbonne di Parigi e l’Università di Pisa. Scrive racconti, disegna e guarda troppi horror e serie tv.

«Volevo festeggiare, ascoltare jazz, bere whiskey e fumare erba. Buttarmi alle spalle l’angoscia delle ultime settimane, il naso rotto, la figura di merda al PR, i litigi con Dahlia, gli occhi tristi di Paula, Tine e la sua cricca di svitati, i battibecchi con Phil, la morte di mia nonna, il suicidio sventato da Noah, le lacrime di mia mamma, il romanzo e tutto il resto… Ci voleva un drink. Ce ne volevano due… Per prima cosa, presi la metro e andai a casa per mettere via l’uniforme».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *