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Zarina di Ellen Alpsten | Recensione

Zarina

Ellen Alpsten

Palazzo d’Inverno, febbraio 1725. Quando lo zar Pietro il Grande esala l’ultimo, travagliato respiro, sua moglie Caterina i è la regina astuta e seducente che tutti hanno imparato a temere e ad ammirare. La donna piena di risorse che ha profuso ogni sforzo pur di rimanere al fianco dell’imperatore; colei che più di ogni altra lo ha amato e odiato, aiutato e tradito, subìto e saputo domare. Ma nel passato di Caterina c’è molto di più. Figlia illegittima di un contadino della Livonia, prima che l’incontro con l’imperatore di Russia le cambiasse il nome e la vita, Caterina era Marta: sposa poco più che bambina di un soldato svedese, domestica al servizio di un pastore in Lettonia, salvata da un ufficiale dell’esercito russo, serva del principe Menšikov. Non c’è sopruso, violenza o barbarie che Marta non abbia provato sulla propria pelle e, adesso che lo zar è morto, l’ultima, decisiva battaglia la attende: quella per il potere. La parabola drammatica e trionfale di Caterina i di Russia rivive in un racconto storicamente accurato, trascinante, appassionato e appagante come solo la vita vera sa essere.

Non sarebbe stato difficile evocare le lacrime: nel giro di qualche ora avrei potuto essere morta o desiderare di esserlo, oppure sarei potuta diventare la donna più potente di tutte le Russie. 

Un romanzo avvincente con una protagonista arguta e seducente.

Zarina è un romanzo storico che tratta di Caterina I, moglie di Pietro il Grande, uno zar che viene ricordato soprattutto per essere stato un sovrano illuminato che ha fondato la bellissima San Pietroburgo. 

Nel primo capitolo ci troviamo nel 1725, anno in cui lo zar Pietro muore e Caterina I si trova in una posizione molto delicata. Se non si ha una piccola infarinatura su questo periodo storico della Russia, probabilmente queste prime pagine potrebbero disorientare il lettore perché compaiono personaggi e si introducono situazioni non molto chiari; ma la narrazione prende piede già dal secondo capitolo, quando Caterina inizia a raccontare la sua storia. 
E così il lettore scopre che la moglie di Pietro il Grande non si chiamava Caterina, ma Marta, la figlia illegittima di un contadino.

Nella prima parte del romanzo si seguono le vicende di Marta, una ragazza che subisce soprusi e violenze in una società maschilista. Viene descritta come una donna che cerca di non perdersi d’animo, non è colta, non ha ricevuto nessuna istruzione, ma è intelligente e arguta, caratterista che ho apprezzato molto. E’ la tipica donna che anche se si trova in una situazione di netto svantaggio, cerca di portare l’acqua al suo mulino e di trarne qualche beneficio.

La storia è focalizzata su Marta che è la protagonista indiscussa e nella prima parte del romanzo scopre le vicende politiche della Russia e delle imprese dello zar attraverso i racconti delle persone per le quali lavora. Quando poi c’è l’incontro con Pietro, da cui nasce il coinvolgimento amoroso, la protagonista inizia ad avere un ruolo più attivo negli avvenimenti storici.

La prima cosa che ho amato di questo romanzo è proprio lo stile di scrittura che è scorrevole e fluido. La storia è ben ritmata e il lettore segue l’evoluzione di Marta che da figlia di un contadino diventa imperatrice, grazie alla sua tenacia e arguzia. Ho apprezzato anche la caratterizzazione di Pietro che viene descritto, come ci dice la storia, come un sovrano curioso, rivoluzionario, che ama viaggiare e scoprire i lussi e le bellezze degli altri paesi, per poi portare tutta la conoscenza assimilata nel suo regno. 

Un romanzo storico che  mette in luce gli avvenimenti che hanno scandito l’evoluzione russa di quel periodo, il tutto reso intenso e accattivante dalla storia d’amore tra lo zar e la serva. Ellen Alpsten riesce a creare il giusto equilibrio tra avvenimenti storici, intrighi politici e relazione amorosa, e narra una storia avvincente con una protagonista intrigante. 

Alla corte dello zar tra lussi, vizi e desideri sfrenati che abbattono la morale dell’epoca, si snoda la storia appassionata tra Pietro il Grande e la sua Caterina che vi intratterrà fino all’ultima pagina. 

#Prodottofornitoda @DeAplanetalibri

Mignolina illustrato da Mazzoni | Recensione

Mignolina 

di Handersen illustrato da Marco Mazzoni

Rospi, Maggiolini, topi e talpe: tutti vogliono fermare mignolina, la minuscola bambina appena sbocciata. Grazie a una Rondine, lei sceglie la libertà. Un nuovo sguardo su una fiaba intramontabile, che è un inno alla diversità, al coraggio e alla capacità di cambiare.

Era proprio un tulipano, ma al suo interno, sul pistillo verde, era seduta una bambina piccola, graziosa e delicata, alta poco più di un mignolo. Perciò la donna la chiamò Mignolina.

Una fiaba con delle illustrazioni dettagliate e oniriche. 

Bene o male quelli della mia generazione conoscono la storia di Mignolina, una fiaba di Hans Christian Andersen che però non rientra sul podio delle fiabe più note. Infatti la storia più famosa dell’autore è La Sirenetta, di cui abbiamo avuto, e abbiano tuttora, varie rivisitazioni. 

Con quest’albo non solo Rizzoli ripropone una fiaba un po’ più ricercata, ma con l’interpretazione dell’illustratore Marco Mazzoni la storia prende più corpo.

Tutto parte dal desiderio di una donna nel voler avere una figlia e grazie all’aiuto di una strega nasce Mignolina. La protagonista è una bambina delicata e bellissima, alta quanto un mignolo. Per una serie di disavventure si troverà ad avere a che fare con vari animali, i quali avranno problemi con sua la diversità. 

Rileggendo la storia sono tornata un po’ bambina e, per quanto non ami particolarmente la fiaba di Mignolina, non ho potuto fare a meno di innamorarmi delle illustrazioni di Marco Mazzoni. Le tavole dalle tinte pastello sono in continua evoluzione. L’illustratore segue la crescita e il cambiamento interiore di Mignolina e così i colori e i particolari si intensificano, creando dei veri e propri capolavori. Mazzoni non realizza delle illustrazioni che rappresentano in modo letterale gli avvenimenti del racconto, ma dà una sua interpretazione molto onirica e poetica in base all’evoluzione di Mignolina.

Un racconto classico della letteratura per l’infanzia che parla di una bambina che accetta la sua diversità, prende coraggio e cresce. 

#Prodottofornitoda @Rizzoli

 

Leopardo nero, lupo rosso di Marlon James | Recensione

Leopardo nero, lupo rosso

Marlon James

Mistero e magia, potere e sangue sono gli elementi portanti di questo straordinario romanzo epico, il primo fantasy ambientato in un’Africa dove leopardi e lupi si mescolano con uomini dai poteri sovrannaturali. Già opzionato per una serie televisiva, Leopardo nero, lupo rosso è il primo libro di una trilogia, accolto con enorme successo in US e UK. Nello straordinario primo romanzo della trilogia Dark Star di Marlon James, mito, fantasia e storia fanno da sfondo alle avventure dell’Inseguitore, un mercenario ingaggiato per trovare un bambino scomparso tre anni prima. L’Inseguitore è famoso per le sue doti di cacciatore solitario – «Ha un gran fiuto», dice la gente -, ma per questa missione deve lavorare con un eterogeneo gruppo di personaggi, ciascuno dei quali si porta dietro un segreto. Primo fra tutti il muta-forma Leopardo. In viaggio sulle tracce del bambino, l’Inseguitore si sposta da un’antica città all’altra, si addentra in fitte foreste, attraversa fiumi vorticosi e si scontra con mostruose creature decise a ucciderlo. In quella lotta quotidiana per la sopravvivenza, comincia allora a chiedersi chi sia veramente il bambino che sta cercando, chi vuole impedirgli a tutti i costi di trovarlo e soprattutto chi mente e chi dice la verità. Leopardo nero Lupo rosso è il primo romanzo della trilogia Dark Star, scaturita dalla sfrenata immaginazione di Marlon James, già vincitore del Man Booker Prize. Opzionato da Warner per una serie TV, il libro è un fantasy epico immerso nella storia nelle leggende e nel folklore di un’Africa mitica e bellissima.

E forse è per questo che le grandi storie che ci raccontiamo sono così diverse.  Perché noi raccontiamo storia per vivere e quel genere di storia ha bisogno di uno scopo, quindi quel genere di storia dev’essere una bugia. Perché alla fine di una storia vera, c’è soltanto spreco. 

Un fantasy per adulti originale, violento, irriverente e cinico. 

Negli ultimi tempi in Italia stanno arrivando sempre più fantasy che si rivolgono a un target maturo, e questo primo volume di una trilogia rientra proprio in questa categoria. 

L’autore fonda le basi di “Leopardo nero, Lupo rosso” in uno scenario africano, originale e pieno di misticismo dove si intrecciano magia, maledizioni, streghe, anti-streghe, muta-forma, demoni, divinità, riti di iniziazione, il tutto enfatizzato da un’atmosfera cupa e selvaggia.

Inseguitore è un uomo che fin da piccolo ha avuto un’infanzia difficile dovuta a un padre manesco, rozzo e ubriacone, e una madre che semplicemente sottostava alle violenze. Anche quando il nostro protagonista decide di scappare per trovare una sua dimensione, la sua vita viene costellata da delusioni, violenze atroci, stupri e tradimenti. Questi avvenimenti forgiano il suo carattere cinico e irascibile.

In un’alternanza tra presente e passato il lettore conosce la vita di Inseguitore e alcuni dei personaggi che intrecciano il suo cammino. Uno tra questi, che ha un ruolo importante, è Leopardo.
Leopardo è un muta-forma irriverente, è molto semplice nei suoi ragionamenti, non è scaltro e guardingo come il protagonista, e questo mix l’ho amato, trovandolo bilanciato e a tratti divertente.

Il libro ha un ritmo un po’ lento all’inizio, man mano che si va avanti il tutto diventa più incalzante. La trama principale è molto complessa per quel che riguarda la scomparsa del bambino, su chi sia, sul perché il mercante di schiavi richieda di trovarlo e le carte in tavola cambiano più volte, facendo entrare in crisi il lettore (nel senso positivo del termine) che tenta di andare avanti nella lettura cercando la verità. L’autore realizza così una trama molto intricata, non solo per gli intrighi e le cose dette e non dette sull’enigma del bambino, ma anche per la moltitudine di personaggi ben caratterizzati e complessi che interagiscono in queste poco più di seicento pagine.

Lo stile dell’autore è molto particolare, a tratti l’ho trovato un po’ confusionario soprattutto nelle descrizioni delle scene oniriche, ma devo ammettere che Marlon ha un’abilità magistrale nel raccontare le scene di violenza, alcune le ho trovate talmente ben scritte da farmi venire i brividi.  Il libro è pieno di violenze di ogni tipo, non solo nelle scene, ma anche nel linguaggio. Personalmente ho trovato un po’ pesante la continua presenza di volgarità e parolacce nei dialoghi, è vero che parliamo di mercenari, ma sono dell’idea che, come in ogni cosa, il troppo storpia. 

Come ho detto prima ci troviamo in un ambiente africano con tribù, riti di iniziazione e magia. Per quanto riguarda le relazioni non aspettatevi le storie d’amore tormentate e struggenti, qui è tutto molto istintivo. Eppure, in questa cornice selvaggia in cui l’uomo è un tutt’uno con la natura e i suoi istinti, il lettore scopre anche l’animo di Inseguitore a partire dalla sua prima infatuazione per l’amico Kava. Il protagonista spesso prova dei sentimenti per determinati compagni e ho adorato questo suo essere combattuto su ciò che prova e la sua maschera da uomo cinico. 

Marlon James non si limita a far conoscere al lettore perfettamente Inseguitore, ma anche alcuni dei personaggi più importanti, permettendo di scorgere qualcosa sul loro passato e di comprenderli.

Leopardo nero, lupo rosso è un fantasy violento e cinico, in cui la parola d’ordine è “arrovellarsi il cervello” per la trama complessa e misteriosa. Il lettore non può far altro che farsi trascinare dall’ambientazione africana colma di magia, maledizioni e di creature fantastiche e inquietanti.

#Giftedby Frassinelli

Il castello invisibile di Mizuki Tsujimura | Recensione

Il castello invisibile

 Mizuki Tsujimura

A tredici anni Kokoro trascorre le giornate nella sua stanza, affidando al brusio della televisione il compito di attutire i pensieri e i rumori della vita di fuori. Da quando le cose a scuola si sono fatte troppo difficili, e cosi che ha deciso di rispondere al disagio e al dolore. Scomparendo. Fino al giorno in cui una luce improvvisa dentro lo specchio la rapisce per trascinarla altrove: in un castello abitato da una strana Bambina e da sei ragazzi che come lei hanno smarrito qualcosa. L’innocenza dei sogni. Le istruzioni per vivere. Il coraggio che serve per accettare se stessi. Solo raccogliendo la sfida che la Bambina dalla faccia di lupo propone loro, Kokoro e gli altri potranno scoprire che cosa li ha portati fin lì. E ritrovare ognuno a suo modo la strada del mondo. 

 

Era così per ogni cosa.
Tutto quello che da principio le trasmetteva piacere o sollievo, presto o tardi finiva per apparirle inopportuno, senza bisogno che qualcuno la giudicasse o glielo facesse pesare. Dietro le regole che governavano il funzionamento del mondo c’era sempre un perché, un motivo in grado di giustificare la loro esistenza e validità. 

Un romanzo per ragazzi pieno di messaggi intensi e di fantasia come i film di Miyazaki.

Ci troviamo in Giappone, precisamente a Tokyo, dove il lettore conosce Kororo, una ragazzina di tredici anni che da un momento all’altro decide di non andare più a scuola e di chiudersi nella sua solitudine in casa. La protagonista fa i conti con i suoi disagi interiori e con il dispiacere e la preoccupazione dei suoi genitori. Un giorno, magicamente, lo specchio nella sua stanza si illumina e Kokoro decide di oltrepassarlo scoprendo un mondo fantastico con un castello. Ad accoglierla c’è una bambina con una maschera da lupo e altri sei ragazzini più o meno suoi coetanei. La “bambina lupo” (così chiamata) spiega ai nuovi arrivati che il mondo surreale in cui si trovano ha delle regole ben precise e che, entro un anno, hanno la possibilità di trovare una chiave, la quale dà accesso alla stanza dei desideri. Cosa a stuzzicare maggiormente la curiosità del lettore è che questi ragazzini hanno in comune una cosa: tutti hanno smesso di andare a scuola.

Se mi seguite sapete che amo la cultura orientale e ultimamente sto leggendo vari autori giapponesi e coreani, e dalle loro storie traspare sempre un mondo affascinante con dei punti focali che riconducono sempre alla loro società, indipendentemente dal genere della storia. 

Mizuki Tsujimura con uno stile semplice e chiaro racconta, nel romanzo Il castello invisibile, non solo l’avventura fantastica di questi ragazzini che si trovano in un mondo surreale, ma si sofferma su un fenomeno sociale purtroppo molto diffuso in Giappone che si chiama hikikomori. Con questo termine si indicano le persone, generalmente adolescenti, che decidono di chiudersi nelle loro camere e si rifiutano di affrontare la società. Ovviamente tutto parte da un disagio ed è proprio questo che affronta l’autrice con delicatezza, ma allo stesso tempo con estrema crudeltà, trattando del bullismo, della violenza fisica e psicologica, e di altre dinamiche molto delicate.

La narrazione scorre in modo fluido e il lettore segue tutta la vicenda dal punto di vista della tenera e introversa Kokoro, la quale cercherà di superare i suoi problemi e di fare nuove amicizie. Come la protagonista, anche gli altri ragazzini sono ben caratterizzati, ognuno di loro ha una propria storia, una propria identità e dei desideri. E quando sembra chiara e intuibile la linea della trama, ecco che arrivano dei colpi di scena originali che danno corpo alla classica atmosfera fiabesca di Miyazaki.

Una storia che salta tra fantasia e realtà, un mondo surreale che trascina il lettore in un’avventura magica con una base molto realistica e con un colpo di scena fiabesco.

#Prodottofornitoda @DeAPlanetaLibri

 

Il Dono di S. Pettersen | Review Party

Il Dono 

Siri Pettersen

Hirka si prepara ad incontrare la casa regnante di un mondo freddo e gerarchico, dominato dal disprezzo verso i deboli. Accetta suo malgrado il proprio destino, sperando in tal modo che Rime rimarrà in vita e Ymslanda sarà al sicuro. Ma la sete dei nati dalle carogne nei confronti del Dono è infinita, e Hirka deve riconoscere che la guerra che voleva fermare è inevitabile. Questa consapevolezza presto metterà alla prova tutto ciò in cui ha creduto e per cui ha lottato.

 

Il Dono era ciò che creava disuguaglianze presso quella società. Il Dono determinava il rango, e favoriva i Dreyri. Non era forse meglio che non ce l’avessero più? 

Siamo arrivati al termine di una delle saghe fantasy che più mi ha coinvolto non solo per l’originalità, ma anche per l’intreccio di trama. Trovate la video recensione sul canale youtube sia del primo volume La Figlia di Odino   (QUI)  e del secondo Il Maricume (QUI).

Anche in questa avventura abbiamo i due punti di vista alternati di Hirka e Rime. La prima si trova in un nuovo mondo, viene portata a Dreysil, la patria degli Orbi, un luogo freddo e selvaggio in cui vivono queste creature dalla  notevole resistenza e forza fisica. Hirka si trova in una nuova società in cui dovrà imparare le regole e le etichette, e incontrerà la sua famiglia, in particolar modo i genitori di Graal, ovvero i suoi nonni. 

Rime ritorna a Ymslanda, ma la situazione non è delle migliori dato che si è macchiato di omicidio e in più molti lo credono morto. A peggiorare la situazione è il Consiglio che sta cadendo sempre più in frantumi e l’imminente guerra tra i vari regni. Nonostante siano distanti e in due circostanze diverse, Hirka e Rime sono molto uniti e cercano di aiutarsi a vicenda.

Devo ammettere che ho preferito molto di più i primi due volumi, semplicemente perché ho notato un ritmo molto lento per almeno metà libro e questo l’ho riscontrata soprattutto nelle parti di Hirka.

Nonostante ciò, un personaggio mi è entrato nel cuore non solo per la sua caratterizzazione, ma soprattutto per l’evoluzione che ha nel corso della storia e sto parlando di Kolail, un Orbo che è si è macchiato di una grave colpa e che per questo viene etichettato come un “caduto”. Kolail è il tipico personaggio silenzioso, che preferisce l’azione alle parole, eppure anche i suoi silenzi li ho trovati carichi di significato in alcuni momenti.  

In questo terzo volume non mancano colpi di scena che mi hanno lasciato a bocca aperta. Siri Pettersen con uno stile scorrevole racconta in modo dettagliato della società degli Orbi, queste creature che vengono descritte in modo inquietante, ma allo stesso tempo riescono ad affascinare il lettore. Si conoscono i loro usi e costumi, e soprattutto si tratta dell’importanza del Dono. Interessante e avvincente è la vicenda passata di Graal e del suo rapporto con il fratello traditore, una storia che mi piacerebbe tanto leggere proprio in un volume a parte.

Prendendo in considerazione tutta la trilogia devo dire che il personaggio più riuscito tra Hirka e Rime è quest’ultimo, il quale da persona impeccabile e con un futuro roseo, muta comprendendo se stesso, accettando i lati oscuri che si celano nel suo cuore e non solo. Hirka è una protagonista che ho apprezzato di più nei primi due volumi per il suo coraggio e la sua  determinazione, ma anche in quest’ultimo capitolo ci riserva tante sorprese. 

La trilogia Raven Rings è una storia che riesce a coinvolgere fin dal primo capitolo, trascina il lettore in vari mondi e tra combattimenti, colpi di scena, profezie, riti, magie e intrighi, non mancano i sentimenti come l’amicizia e l’amore. 

#Prodottofornitoda @Multiplayer Edizioni 

La ragazza che voleva salvare i libri di K. Hagerup | Recensione

La ragazza che voleva salvare i libri

K. Hagerup e L. Aisato

Anna adorava i libri. Leggeva tutto il giorno. Leggeva la mattina prima di alzarsi. Leggeva la sera prima di andare a letto. Leggeva la sera dopo essere andata a letto. Quando la mamma o il papà entravano nella sua camera, faceva finta di dormire. Ma non dormiva. Leggeva sotto il piumino. Attraverso i libri si faceva centinaia di nuovi amici. E qualche nemico. Ma, si sa, così è la vita. Un racconto magico sui libri, chi li abita e chi li ama fino a non volersene separare mai.

Anna non aveva nessuna voglia di diventare grande. 
L’idea di crescere la terrorizzava.
Più di tutto la tormentava il pensiero del suo prossimo compleanno.
Non mancava molto.
Avrebbe compiuto dieci anni.

Una storia dolce, fantasiosa e un po’ malinconica.

Anna è una bambina che ha paura di invecchiare e l’unica cosa che la conforta  sono i libri che li considera veri come la vita. Tra le pagine di un manoscritto non solo rivive avventure fantastiche, ma conosce anche tanti personaggi con cui fa amicizia.

Un giorno Anna va in biblioteca e scopre la terribile fine che fanno i libri quando nessuno li prende in prestito. Per evitare che questi vengano distrutti, decide di leggerne il più possibile, ma rimane incantata particolarmente da una storia a cui manca il finale. 

Ad accompagnare la trama ci sono delle meravigliose illustrazioni a colori che hanno uno stile delicato e sognante, proprio come la storia. La scrittura è semplice e scorrevole, e il lettore entra subito in sintonia con la piccola protagonista. 

Anna è una bambina di dieci anni che mi ha colpito particolarmente, proprio perché ho visto me stessa in alcuni suoi pensieri. Oltre lei ci sono altri due personaggi importanti che sono la Signorina Monsen, che lavora in biblioteca insieme a  Milton Berg, un uomo che ha spesso lo sguardo triste e malinconico. Due figure ben caratterizzate che accompagnano il percorso della bambina senza essere troppo invasivi, ma che rappresentano un ruolo chiave per la storia.

La ragazza che voleva salvare i libri non è solo una storia illustrata che tratta dell’amore per la lettura e del valore dei libri, ma soprattutto si sofferma sul non avere paura del futuro e dell’ignoto

#Prodottofornitoda @Rizzoli

Il gufo e la bambina di Beppe Tosco | Recensione

Il gufo e la bambina

Beppe Tosco

Stella è preoccupata che il suo amico gufo Cocò stia invecchiando troppo in fretta e insieme ai comuni amici, un merlo e un porcello, è decisa a trovare un rimedio allo scorrere del tempo, anche a costo di imbarcarsi in un’avventura popolata di creature bizzarre e spaventose. Intanto l’autore della storia è a sua volta alle prese con l’indisciplinato illustratore Leandro, che dovrebbe riempire le pagine di disegni seguendo le sue indicazioni. Peccato che le idee di Leandro non sempre coincidano con quelle dello scrittore…

“Tutti nella vita perdiamo il tempo,” esordì il mago.
“E come facciamo a perderlo?” chiese Stella.
“Non imparando quando se ne ha l’occasione, non studiando, non osservando ciò che andrebbe osservato, cincischiando, lasciando passare le opportunità di diventare migliori, oziando.”

Un romanzo che fin dalla trama si comprende un messaggio importante e profondo che viene stemperato dallo stile frizzante e i “battibecchi” divertenti tra l’autore e l’illustratore. 

Stella è una bambina preoccupata per il suo amico Cocò che sta invecchiando velocemente. Un giorno incontra un mago del tempo dall’aspetto singolare e bizzarro e, solo dopo avergli parlato del problema di Cocò, sembra trovare una soluzione. Così Stella, insieme ai suoi amici animali,  partono in un’avventura per raggiungere la Sala del Tempo Perso.

Si tratta di una favola per bambini di poche pagine, colma di fantasia e con uno stile di scrittura scorrevole ed esilarante. La storia ha come base un messaggio importante e delicato, tratta del tempo che ha da vivere ogni essere vivente e si sofferma anche sul rifiuto nell’accettare che questo tempo passi, infatti da qui parte la volontà di Stella di fare tutto il possibile per tenere con sé il suo amico Cocò.

Il tutto viene stemperato e alleggerito non solo dalla fantasia dell’autore, ma anche dalle scaramucce che nascono con l’illustratore Leandro che spesso accompagna il testo con immagini dettate non tanto dalle parole, ma dal suo estro creativo che spesso va in conflitto con l’idea dello scrittore.

Un romanzo divertente che intrattiene il lettore tra sorrisi e risate, in un’avventura fiabesca che parla di coraggio, amicizia e solidarietà.

#Prodottofornitoda @Bompiani

 

Jack Bennet e la chiave di tutte le cose di F. Manni | Recensione

Jack Bennet e la chiave di tutte le cose

Fiore Manni

Jack Bennet è un bambino di dieci anni come tanti altri, forse solo un pochino più basso e più magro della media. Ogni mattina si alza, si avvolge intorno al collo la lunga sciarpa a righe azzurre che gli ha lasciato suo padre ed esce per le fumose vie di Londra. Come molti ragazzi del suo tempo lavora in fabbrica, perché la mamma è malata, e in famiglia non c’è nessun altro che possa provvedere a loro. Una mattina, sulla strada del lavoro, Jack incontra un curioso personaggio che pare sbucato dal nulla; un uomo del tutto fuori luogo, con il suo elegante completo viola nel bel mezzo della grigia città. Jack lo osserva incuriosito e lo saluta educato, poi lo ascolta con attenzione. E fa bene, perché la più grande delle avventure può cominciare in un giorno qualunque. L’uomo gli consegna una chiave, e con quella Jack inizia a viaggiare per mondi sconosciuti e bislacchi, dove incontra pappagalli tipografi, libri magici per tutte le occasioni, navi pirata, una ragazzina spavalda ma non troppo, un drago che sputa vapore e colleziona tesori. E molto, molto altro.

La vasta sala in cui si trovavano, con le pareti d’oro brillante e il soffitto che si perdeva fra le pigre nuvole rosa, era riempita di telai d’oro zecchino, su cui una grande quantità di conigli bianchi tesseva con rapidità e precisione enormi tele colorate.
L’Architetto dei Sogni mise una mano sulla spalla di JAck, indicandogli la scena che aveva davanti con il bastone di nuvole.
«Questi» disse con orgoglio «sono i conigli che tessono i sogni di tutti i mondi.»

In una Londra passata, tra la nebbia pesante e i fumi delle fabbriche, conosciamo Jack Bennet.
Jack è un bambino di dieci anni che, dopo la morte del padre, passa un periodo particolarmente difficile con la madre. La signora Bennet si ammala e così il piccolo Jack decide di provvedere a lei e trova lavoro presso una tipografia. La sua mansione è quella di recuperare la carta che si incastra nei macchinari, un ruolo perfetto per le sue mani infantili.

Un giorno incontra uno strano individuo che si presenta come il Padre di Tutte le Cose, una persona ambigua e particolare che mi ha molto affascinato per la sua caratterizzazione. Lui gli consegna una chiave capace di aprire qualsiasi serratura per accedere a mondi fantastici e così inizia l’avventura del nostro protagonista.

Lo stile di Fiore Manni è leggero e scorrevole, così delicato e sognante che sembra di leggere una favola. La storia ha un ritmo veloce, capitolo dopo capitolo il lettore affronta, insieme a Jack, mondi magici con personaggi bizzarri e particolari. 

Jack è adorabile, un bambino dolce e di buon cuore, ma che non ha fiducia in se stesso. Pensa di non avere alcuna qualità, di non essere bravo in nulla, ma in questo viaggio scoprirà quanto vale. Il lettore segue il percorso di crescita del protagonista, un cammino che lo porterà ad affrontare con coraggio le avversità e a prendere importanti decisioni.

La dinamica fantasy si sviluppa man, mano  perché si parte da un’ambientazione realistica per poi scoprire, insieme a Jack, i mondi magici che ha creato l’autrice. E così si incontrano pappagalli con il senso dell’umorismo, pirati agguerriti, creature incantate, conigli che tessono sogni e tanti altri elementi originali. Uno dei punti forti di questo libro è la caratterizzazione dei personaggi, ognuno di loro è unico e curato nel dettaglio. Personalmente ho adorato l’Architetto dei Sogni, una figura che mi ha incantato per la dolcezza del suo lavoro e ho apprezzato molto anche il Padre di Tutte le Cose, un personaggio che mantiene questo alone di mistero fino alla fine, ma che inevitabilmente affascina il lettore.

Una storia incantevole e colma di fantasia che parla di amicizia e coraggio. Una lettura adatta ai più piccoli, ma anche ai grandi che hanno voglia di un’avventura che risvegli il bambino che è in loro. 

#Prodottofornitoda @Rizzoli