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Basta un caffè per essere felici di Kawaguchi | Recensione

L’aroma dolce del caffè aleggia nell’aria fin dalle prime ore del mattino. Quando lo si avverte, è impossibile non varcare la soglia della caffetteria da cui proviene. Un luogo, in un piccolo paese del Giappone, dove
si può essere protagonisti di un’esperienza indimenticabile. Basta entrare, lasciarsi servire e appoggiare le labbra alla tazzina per vivere di nuovo l’esatto istante in cui ci si è trovati a prendere una decisione sbagliata. Per farlo, è importante che ogni avventore stia attento a bere il caffè finché è caldo: una volta che ci si mette comodi, non si può più tornare indietro. È così per Gotaro, che non è mai riuscito ad aprirsi con la ragazza che ha cresciuto come una figlia. Yukio, che per inseguire i suoi sogni non è stato vicino alla madre quando ne aveva più bisogno. Katsuki, che per paura di far soffrire la fidanzata le ha taciuto una dolorosa verità. O Kiyoshi, che non ha detto addio alla moglie come avrebbe voluto. Tutti loro hanno qualcosa in sospeso, ma si rendono presto conto che per ritrovare la felicità non serve cancellare il passato, bensì imparare a perdonare e a perdonarsi. Questo è l’unico modo per guardare al futuro senza rimpianti e dare spazio a un nuovo inizio.

 

La gente mente per le ragioni più disparate. Certe bugie si dicono per presentarsi sotto una luce migliore, più interessante, oppure per ingannare gli altri. Le bugie possono far male, ma possono anche salvare la pelle. Qualunque sia il motivo, di solito alla fine ci si pente sempre di aver detto una bugia.

Se mi seguite sapete che ho amato “Finché il caffè è caldo”, primo volume di questa serie scritto da Kawaguchi e, a poco tempo di distanza, ecco uscire il secondo volume “Basta un caffè per essere felici”.

Si ritorna nell’antica caffetteria giapponese dove è possibile andare indietro nel tempo, in un dato momento della nostra vita, ma per fare questo ci sono delle regole da rispettare per non perdere se stessi.

Come nel primo volume, anche questo secondo libro si sviluppa in più racconti, a fare da sfondo è questa antica caffetteria con gli stessi proprietari che impariamo a conoscere maggiormente. Il lettore scopre il lato paterno del burbero Nagare e il trauma che porta dentro di sé la silenziosa e introversa Kazu.

I racconti sono ben bilanciati, colmi di messaggi importanti che è bene ricordare soprattutto in questo periodo storico che stiamo vivendo. La cosa che apprezzo dello stile di Kawaguchi è che riesce a rendere armoniosi i racconti dando la sensazione di leggere un classico romanzo.

Come in ogni raccolta di racconti che si legge ci sono sempre quelli che  catturano di più e altri di meno, alcuni mi hanno anche commossa. Ritornano vecchie conoscenze del primo volume, si incontrano nuovi personaggi ai quali il lettore alla fine si affeziona perché il potere di Kawaguchi è quello di far provare empatia per ogni storia che narra. 

Se devo essere sincera ho preferito di più il primo volume Finché il caffè è caldo a questo, semplicemente perché ho trovato alcuni passaggi un po’ forzati, ma a parte questo è stata una lettura piacevole e per me promossa.

Un romanzo che parla di rimorso e di paura, ma anche di speranza e accettazione.

#Prodottofonirtoda @Garzanti

Azami di Aki Shimazaki | Recensione

Il trentaseienne Mitsuo Kawano si divide tra la famiglia e il lavoro di redattore in una rivista d’attualità, e per compensare l’inesistente vita sessuale con Atsuko, la madre dei suoi figli, frequenta locali a luci rosse. Un giorno incontra per caso Goro Kida, un ex compagno di classe diventato presidente dell’azienda di famiglia, che lo invita a trascorrere una serata in un lussuoso club. Lì lavora come entraîneuse la bella e misteriosa Mitsuko, un’altra ex compagna di classe, il primo amore segreto di Mitsuo, la ragazza che nel suo diario chiamava “Azami”, come il fiore del cardo. I ricordi riaffiorano e ben presto tra i due nasce una relazione in cui Mitsuo riscopre una passionalità inattesa e totalizzante. Tuttavia, l’apparente equilibrio tra la quotidianità e gli incontri furtivi è destinato a incrinarsi per mano dell’intrigante Goro Kida… Coincidenze e simbologie impreziosiscono l’evocativa scrittura dell’autrice, dalla radice dei nomi di Mitsuo e Mitsuko – che racchiude l’idea dell’appagamento, benché nessuno dei due sia soddisfatto della propria vita – al fiore del cardo, un fiore bello ma pieno di spine, emblema dell’indipendenza e della vendetta. Nelle pagine di Azami, primo romanzo di una pentalogia, Aki Shimazaki racconta di una famiglia come tante, dipingendo sentimenti intimi, rapporti lacerati vissuti nell’ombra e nella menzogna.

Con uno stile scorrevole e semplice, Aki Shimazaki racconta la storia di un trentaseienne che ha una moglie devota, dei bellissimi bambini e una posizione di tutto rispetto in una rivista d’attualità. Mitsuo sembra avere una vita perfetta, è un grande lavoratore e si dimostra essere una persona affettuosa e premurosa con la sua famiglia. Ciò che va a incrinare il suo umore è il fatto di non avere più rapporti intimi con la moglie, ma tutto cambia quando incontra, per caso, la sua vecchia compagna di classe: la bella e misteriosa Mitsuko.

Azami è il primo volume di una pentalogia e sono rimasta piacevolmente colpita dallo stile dell’autrice che, con una storia lineare, è riuscita a intrattenermi e a conquistarmi. 

Shimazaki racconta una storia che parla di infelicità, di tradimenti, di desiderio, di dovere e di reputazione. Quest’ultimo è un punto essenziale che fa da colonna portante per la società orientale. 

La storia è intima e introspettiva, vista dal punti di vista del protagonista che mi ha messo più di una volta in crisi durante la lettura. In alcune circostanze ho provato pena per Mitsuo, altre volte rabbia. Il tradimento è una cosa che non concepisco, ma nonostante questo sono andava avanti nella storia, curiosa di sapere l’autrice dove voleva andare a parare. 

Nel romanzo compare un altro personaggio importante, Goro, un vecchio compagno di classe di Mitsuo, il quale sarà la chiave del primo incontro tra la coppia principale della storia. Ho apprezzato la caratterizzazione di Goro e di Mitsuko, anche se avrei preferito approfondire maggiormente questi due personaggi. 

Un romanzo piccolo e veloce che ti cattura con lo stile di scrittura e, con una trama lineare, ti vincola alle pagine fino alla fine. 

Il gatto che voleva salvare i libri di Sosuke Natsukawa | Recensione

La libreria Natsuki è un luogo speciale: un negozio polveroso e solitario, dove gli amanti della lettura possono trovare, tra le pagine dei grandi capolavori di tutto il mondo, un’oasi di pace, un rifugio lontano dal frastuono della quotidianità. Quando il proprietario, uomo colto e appassionato, muore improvvisamente, il nipote Rintaro, un ragazzino timido e introverso, eredita la libreria. Il nonno si è preso cura di lui dopo la morte di sua madre e, ora che è scomparso, Rintaro deve imparare a fare a meno della sua saggezza dolce e pacata. La libreria è sull’orlo del fallimento: un’eredità pesante per il ragazzo, anche perché i segnali dal mondo sono piuttosto scoraggianti: poca gente è davvero interessata alla lettura. Un giorno, mentre Rintaro si crogiola malinconico nel ricordo del nonno, entra in libreria un gatto parlante. Nonostante le iniziali perplessità del ragazzino, il gatto lo convince a partire per una missione molto speciale: salvare i libri dalla loro scomparsa. Inizia così la storia di un’amicizia magica: un’avventura che li porterà a percorrere quattro diversi labirinti per risolvere altrettante questioni esistenziali sull’importanza della lettura e sulla forza, infinita e imperscrutabile, dell’amore. Una favola dei nostri tempi, un’ode straordinaria al potere del libro e dell’immaginazione.

 

Un viaggio surreali dalle tinte orientali. 

Rintaro è un ragazzino delle superiori timido e introverso ed è anche un Hikikomori, ovvero un ragazzo che si chiude in se stesso, non volendo alcun contatto con la società che lo circonda. Le cose per Rintaro cambiano quando il nonno muore e così eredita la sua antica libreria che è ormai in fallimento. Una sera, il protagonista incontrerà Tora, un gatto che lo trascinerà in una missione: salvare i libri. 

Con uno stile delicato e scorrevole, Natsukawa non si limita solo a raccontare un’avventura surreale con un protagonista che cresce e si evolve capitolo dopo capitolo, ma l’autore va a sviscerare il significato dell’amore per i libri. 

Il ritmo l’ho trovato un po’ lento per i miei gusti, ma ho apprezzato i tanti spunti di riflessione inerente all’essere un lettore e al concetto dell’amore per i libri, i quali vengono sempre più considerati come un bene materiale, degli oggetti da possedere.

Non sono entrata molto in empatia con Rintaro, ma ho apprezzo il suo viaggio e la sua crescita. Al termine della storia abbiamo un protagonista più consapevole di ciò che gli piace e di ciò che vuole fare. La storia si alterna tra l’avventura surreale e i disagi scolastici del protagonista, il tutto con la presenza attenta del gatto Tora.

Un romanzo delicato e interessante che appassionerà sicuramente tutti coloro che amano la lettura. 

#prodottofornitoda @mondadori

Il demone dai capelli bianchi di Edogawa Ranpo | Recensione

Il giovane Omuta Toshikiyo è l’uomo più ricco della città giapponese di S. È sposato con una donna bellissima che è riuscita a fargli superare la sua naturale misoginia e ha un caro amico, bello e spiantato. Un giorno Toshikiyo cade da una rupe e muore. Riaprirà gli occhi in una bara, trasformato in un demone tornato dall’Inferno e, una volta evaso dalla tomba di famiglia, scoprirà che la sua precedente vita non era affatto idilliaca come sembrava ma nascondeva molti inganni. Crollata ogni certezza, decide di dare inizio alla sua vendetta, ispirandosi al nume tutelare di Edmond Dantès, Conte di Montecristo, e guidato da un forte istinto di giustiziere. Edogawa Ranpo, autore di culto anche in Occidente, ha dato vita a un’opera lucida e spietata come un revenge movie del cinema orientale e insieme debitrice al gotico e al noir di Marie Corelli e Edgar Allan Poe, creando un ibrido letterario ricco di fascino, profondamente perturbante.

 

In questo momento, di fronte a me, quel brav’uomo del professore del carcere attende sornione l’inizio della mia lunga storia. Di fianco, invece, un abile stenografo è intento a temperare la matita, pronto a scattare al primo movimento delle mie labbra. […] Sì, sono uno spietato assassino!

Il demone dai capelli bianchi (pubblicato la prima volta nel 1932) è un romanzo che ha dei chiari riferimenti al classico de Il Conte di Montecristo. Il protagonista è il visconte Omuta, uomo che possiede una grande fortuna e che ha una profonda amicizia con Kawamura. I due giovani condividono tutto, vivono quasi in simbiosi. Quando Omuta si innamora perdutamente della bellissima Ruriko, sembra aver trovato la felicità assoluta, ma durante una scampagnata insieme alla giovane moglie e al fidato amico, il protagonista viene coinvolto in un incidente. Omuta si risveglierà dopo cinque giorni nella tomba di famiglia e, una volta compreso il tradimento da parte delle persone più importanti della sua vita, deciderà di crearsi una nuova identità per seguire il sentiero della vendetta. 

Edogawa Ranpo era un grande amante della letteratura occidentale e anche se  per almeno metà libro la trama è abbastanza prevedibile, per il riferimento evidente al Conte di Montecristo, la storia mi ha coinvolta con l’ambientazione noir e spesso grottesca. Con uno stile fluido, il lettore segue il racconto del protagonista. 

Omuta si racconta, sembra quasi di averlo al nostro fianco, mentre svela i suoi pensieri e riflette sulle sue azioni, spesso raccapriccianti. Il lettore non può fare altro che leggere (e ascoltare) le sue parole.

Ho trovato ben costruita la caratterizzazione dei personaggi: l’evoluzione estrema, ma anche molto realistica di Omuta, la brama di Kawamura e l’ambizione e la vanità di Ruriko. Un trio che rappresenta bene alcuni lati oscuri del genere umano. 

Il demone dai capelli bianchi è un viaggio nella psicologia di un uomo che evolve i suoi pensieri ottusi quando raggiunge la felicità, per poi mutare completamente nel momento in cui viene ferito. Vendetta, rimorso, rancore, avidità e ambizione, questi sono gli elementi portanti di questo romanzo.

 

Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka | Recensione

“Da anni” ha dichiarato Julie Otsuka, “volevo raccontare la storia delle migliaia di giovani donne giapponesi – le cosiddette “spose in fotografia” che giunsero in America all’inizio del Novecento. Mi ero imbattuta in tantissime storie interessanti durante la mia ricerca e volevo raccontarle tutte. Capii che non mi occorreva una protagonista. Avrei raccontato la storia dal punto di vista di un ‘noi’ corale, di un intero gruppo di giovani spose”. Una voce forte, corale e ipnotica racconta dunque la vita straordinaria di queste donne, partite dal Giappone per andare in sposa agli immigrati giapponesi in America, a cominciare da quel primo, arduo viaggio collettivo attraverso l’oceano. È su quella nave affollata che le giovani, ignare e piene di speranza, si scambiano le fotografie dei mariti sconosciuti, immaginano insieme il futuro incerto in una terra straniera. A quei giorni pieni di trepidazione, seguirà l’arrivo a San Francisco, la prima notte di nozze, il lavoro sfibrante, la lotta per imparare una nuova lingua e capire una nuova cultura, l’esperienza del parto e della maternità, il devastante arrivo della guerra, con l’attacco di Pearl Harbour e la decisione di Franklin D. Roosevelt di considerare i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici. Fin dalle prime righe, la voce collettiva inventata dall’autrice attira il lettore dentro un vortice di storie fatte di speranza, rimpianto, nostalgia, paura, dolore, fatica, orrore, incertezza, senza mai dargli tregua.

Questa è l’America,  ci saremmo dette, non c’è nulla di cui preoccuparsi.

E ci saremmo sbagliate.

Un romanzo corale tutto al femminile.

Ho amato questo romanzo soprattutto per come è scritto. Ogni frase è una voce. Ogni capitolo è uno step della loro vita. Ogni virgola, ogni punto vibra di emozioni, speranze e dolori di queste donne che non hanno un volto, non vengono descritte, ma le loro voci si sentono chiare e nitide. 

Sono chiamate “le spose in fotografia”, donne che partono dal Giappone per sposare gli immigrati giapponesi che vivono in America. Orientativamente la storia è ambientata intorno agli anni 40 del Novecento. Queste donne affrontano un viaggio estenuante, alcune arrivano alla meta, altre non accettano il loro destino e si suicidano in mare, altre ancora muoiono per gli stenti. Quelle che sopravvivono incontrano i loro mariti e affrontano la prima notte di nozze. C’è chi ne rimane delusa, chi umiliata, chi è un po’ più fortunata, chi vede il suo sogno d’amore infrangersi con la dura realtà. E poi arriva il lavoro sfiancante, la gravidanza, i figli, la guerra…

Venivamo tutte per mare è un piccolo volume di sole 140 pagine, non ci sono dialoghi, non aspettatevi colpi di scena o azione, ma un romanzo intimo, scorrevole e ipnotico. Una storia corale che vibra di emozioni. 

Un’estate con la Strega dell’Ovest di Kaho Nashiki | Recensione

Un’estate con la Strega dell’Ovest 

Kaho Nashiki

Mai ha tredici anni e non vuole più andare a scuola. La madre, preoccupata, decide di mandarla a stare dalla nonna per un po’, in una bella casetta nella campagna giapponese sul limitare dei monti. La nonna è una signora inglese ormai vedova, arrivata in Giappone molti anni prima e rimasta lì per amore. Sia Mai che la madre si riferiscono a lei come la “Strega dell’Ovest”, ma nel momento in cui la nonna le rivela di possedere realmente dei poteri magici, Mai rimane incredula e diffidente. Quando però le propone di affrontare il duro addestramento da strega, accetta senza esitazioni. Immerse nella natura incontaminata del Giappone più remoto, nonna e nipote passano insieme settimane meravigliose in raccoglimento, lontane dalla frenesia della vita di città, a lavorare nell’orto, raccogliere erbe selvatiche e cucinare, oltre a dedicarsi, naturalmente, a quelli che sono, secondo la nonna, i rudimenti di base per una giovane strega. A questa storia catartica e rivelatrice, negli anni, l’autrice ha voluto aggiungere tre brevi racconti che ne riprendono i personaggi e l’ambientazione e che proponiamo fedelmente nella presente edizione.

Quel mese e poco più in cui la mamma le aveva rivelato, seria in volto, che sì, la nonna era una strega vera, e da allora, quando erano sole, aveva cominciato a chiamarla Strega dell’Ovest. 

Una fiaba con sfumature orientali che aiuta a crescere. 

Nashiki racconta la storia di Mai, una ragazzina di tredici anni molto sensibile, che all’improvviso si rifiuta di andare a scuola. La madre decide di farle passare del tempo con la nonna, una donna inglese sbarcata in Giappone per amore. Così, Mai passerà del tempo con colei che viene chiamata la “Strega dell’Ovest” e, grazie a sua nonna, inizierà l’addestramento per diventare una strega. 

Una favola dolce, delicata e fiabesca. In un’ambientazione realistica con delle sfumature surreali, Nashiki racconta la storia di una ragazzina che ha problemi a scuola, che inizia a chiudersi in se stessa e va a somatizzare il suo disagio. Quando la madre la porta dalla nonna, Mai inizia a guardare il mondo con occhi diversi. 

Lo stile dell’autrice è scorrevole e semplice. Non si sofferma su descrizioni superflue e rende palpabile le emozioni della piccola Mai, trasmettendole facilmente  al lettore. 

Si parla di responsabilità, di regole, di sentimenti, di magia e di morte. La nonna risponde ai quesiti sulla vita di Mai in modo genuino e delicato. Ho adorato il rapporto affettuoso e magico tra nipote e nonna, spesso la lettura mi ha rievocato momenti che passavo con la mia di nonna, che da piccola consideravo un po’ magica, ma alla fine non è così? Tutti i nonni hanno la capacità di trasmettere un pizzico di magia ai nipoti, chi più e chi meno. Si parla di un racconto lungo, ma pur sempre un racconto. La storia è semplice e lineare, non ci sono colpi di scena o particolari intrecci, ma è intima ed emozionante. 

Un’estate con la Strega dell’Ovest è una storia che vi conquisterà e vi trascinerà nella campagna giapponese, regalandovi delle piacevoli ore di lettura. 

Kitchen di Banana Yoshimoto | Recensione

Kitchen 

Banana Yoshimoto

“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina…”. Così comincia il romanzo di Banana Yoshimoto, “Kitchen”. Le cucine, nuovissime e luccicanti o vecchie e vissute, riempiono i sogni della protagonista Mikage, rimasta sola al mondo dopo la morte della nonna, e rappresentano il calore di una famiglia sempre desiderata. Ma la famiglia si può non solo scegliere, ma anche inventare. Così il padre del giovane amico Yuichi può diventare o rivelarsi madre e Mikage può eleggerli come propria famiglia, in un crescendo tragicomico di ambiguità. Con questo romanzo, e il breve racconto che lo chiude, Banana Yoshimoto si è imposta all’attenzione del pubblico italiano mostrando un’immagine insolita del Giappone , con un linguaggio fresco e originale, quasi una rielaborazione letteraria dello stile dei fumetti manga.

Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. 

Un romanzo delicato e dalla scrittura fluida. 

Kitchen è il terzo volume che leggo di Banana Yoshimoto e devo dire che mi sono approcciata alla lettura aspettandomi molto, dato che questo è considerato il lavoro migliore dell’autrice. 

Mikage è una ragazza che rimane sola al mondo dopo la morte della nonna e per problemi economici è costretta a cambiare casa. Proprio nel momento del bisogno arriva Yuichi, un giovane che conosceva sua nonna e le propone di stare a casa sua fin quando non trova una nuova sistemazione. 

Ma perché proprio il titolo Kitchen? Perché la protagonista ha un rapporto particolare con la cucina e il cibo. Per lei la cucina non è solo un luogo dove preparare il pranzo e la cena, ma è un posto che richiama calore, famiglia e sua nonna. 

Il romanzo parla della solitudine dei giovani e della morte, due punti che spesso riscontro nei romanzi di Yoshimoto, la quale ha l’abilità innata di trattare in modo così fluido e leggero questi concetti senza però sminuirne l’importanza. 

Devo dire che mi aspettavo molto di più da questa storia. Mikage è una protagonista che a volte non mi ha convinta particolarmente e l’ho trovata molto statica. Ho però adorato la caratterizzazione di Yuichi, un ragazzo introverso che vive da solo con un padre che ha fatto l’operazione per diventare una donna. Questo particolare ha dato più corpo alla storia sollevando altri punti interessanti inerenti alla società giapponese. 

Il rapporto di Mikage e Yuichi si evolve lentamente e tutto nasce dal dolore, due anime che si completano stando vicine. 

Anche se mi aspettavo molto di più da questo libro, Kitchen è stata comunque una piacevole lettura ed è sicuramente un titolo da tenere in libreria se amate lo stile di Banana Yoshimoto. 

Se i gatti scomparissero dal mondo di K. Genki | Recensione

Se i gatti scomparissero dal mondo

Kawamura Genki

Di lavoro fa il postino, mette in comunicazione le persone consegnando ogni giorno decine di lettere, ma il protagonista della nostra storia non ha nessuno con cui comunicare. La sua unica compagnia è un gatto, Cavolo, con cui divide un piccolo appartamento. I giorni passano pigri e tutti uguali, fin quando quello che sembrava un fastidioso mal di testa si trasforma nell’annuncio di una malattia incurabile. Che fare nella settimana che gli resta da vivere? Riesce a stento a compilare la lista delle dieci cose da provare prima di morire… Non resta nulla da fare, se non disperarsi: ma ecco che ci mette lo zampino il Diavolo in persona. E come ogni diavolo che si rispetti, anche quello della nostra storia propone un patto, anzi un vero affare. Un giorno di più di vita in cambio di qualcosa. Solo che la cosa che il Diavolo sceglierà scomparirà dal mondo. Rinunciare ai telefonini, ai film, agli orologi? Ma certo, in fondo si può fare a meno di tutto, soprattutto per ventiquattr’ore in più di vita. Se non fosse che per ogni oggetto c’è un ricordo. E che ogni concessione al Diavolo implica un distacco doloroso e cambia il corso della vita del protagonista e dei suoi cari. Soprattutto quando il Diavolo chiederà di far scomparire dalla faccia della terra loro, i nostri amati gatti. Kawamura Genki ci costringe a pensare a quello che davvero è importante: alle persone che abbiamo accanto, a quello che lasceremo, al mondo che costruiamo intorno a noi.

 

Come cambierebbe il mondo? E come cambierebbe la mia vita?
Se io scomparissi dal mondo, intendo. 
Il mondo non cambierebbe di una virgola e tutto andrebbe avanti allo stesso modo, giorno dopo giorno? 

Un romanzo surreale e dai toni fiabeschi che tratta dell’importanza delle piccole cose della vita. 

Se mi seguite su instagram sapete che questo è stato un acquisto impulsivo, dettato dalla combinazione gatti e autore giapponese. Mi aspettavo una semplice lettura di intrattenimento e invece non solo l’ho trovata leggera, ironica e divertente, ma anche piena di messaggi importanti e punti di riflessione.

Il tutto è narrato dal punto di vista del nostro protagonista e,  con uno stile frizzante e ironico, Genki permette al lettore di immergersi completamente nella storia. 

Il nostro protagonista è un uomo di trent’anni che all’improvviso scopre di avere pochi giorni di vita a causa di un tumore. In un momento di disperazione compare dinanzi ai suoi occhi il diavolo in persona che gli propone uno scambio: per ogni cosa che fa sparire dalla faccia della terra gli allungherà la vita di un giorno. E così, il povero sventurato, passerà dei giorni a “giocare” con il diavolo, cercando di vivere il più a lungo possibile. 

La storia si apre con il protagonista, di cui si ignora il nome, che scrive una lettera raccontando questa avventura/disavventura a una persona molto importante della sua vita. Ogni volta che il diavolo fa sparire qualcosa (come telefoni, film ecc.) il ragazzo affronta i pro e i contro di tale avvenimento, e la sua mente corre al passato, alla sua infanzia e alla sua amata madre che ormai non c’è più. Da questi ricordi si scopre qualcosa in più sul suo passato e sul forte legame che aveva con la madre.

Adoro come Genki realizza il diavolo che è ironico, sarcastico, esagerato, divertente, esattamente la punta di comicità che ci vuole per rendere quest’opera tragicomica e incisiva. 

Le pagine scorrono velocemente, tra le righe ci sono vari punti di riflessioni sulla vita e su ciò che ci circonda che però reputiamo superfluo, non ci diamo il giusto peso perché lo abbiamo sempre a portata di mano. Il finale l’ho trovato commovente, elegante, poetico… perfetto! Una chiusura di storia che mi ha fatto scendere la lacrima.

Se i gatti scomparissero dal mondo non è solo una storia ironica, surreale e fiabesca, ma è anche un inno alla vita che ci consiglia di tenere bene a mente ciò che amiamo veramente.