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Intervista a Clara Cerri

Intervista a Clara Cerri

Chi è Clara Cerri?
È il nome che mi sono scelta quando ho pubblicato il mio primo libro di narrativa, Dodici posti dove non volevo andare, per distinguerla dall’altra me stessa che scriveva, e talvolta continua a scrivere, un genere di pubblicazioni completamente diverso. Però sono sempre io.

Come è nata la passione per la scrittura?
Da quando ho imparato a scrivere. A sette anni ho scritto il mio primo racconto: si intitolava “Il principe odiato” e parlava di una principessa che pur di non sposare un principe ne passava di tutti i colori. E alla fine non lo sposava, ovvio. La mia passione per la scrittura (intesa come narrativa) ha dovuto sempre lottare contro quella parte di me che la riteneva una distrazione da occupazioni più serie. Ma non si è mai spenta. 

Qual è il tuo stile?
Sono sobria. Lo ero già abbastanza per istinto, poi ho fatto un corso di Scrittura creativa in cui mi esortavano continuamente a togliere tutto quello che non serve, come eccessi di aggettivi, di avverbi, di precisazioni. Adesso forse esagero: una mia amica ha detto che a volte taglio tutte le parti che sporgono, fossero pure gambe e braccia, e che le parole si rincorrono finché non si urtano l’una con l’altra. Allora mi rileggo e cerco di spiegarmi meglio, di spendere una parola in più, di aggiungere una descrizione. Amo molto l’ironia, cerco di non prendermi mai troppo sul serio quando racconto. Per dire, in questo libro il bello della storia, un giovane pittore americano che studia a Roma, si presenta ai lettori completamente ubriaco, mentre cerca di spiegare la sua poetica a un tassista. Credo che l’ironia, se è sincera, possa farci capire meglio il mondo e aiutarci a sopravvivere ai momenti peggiori. Non mi piace invece l’ironia degli snob, di chi pensa di aver capito tutto a differenza degli altri.

Il genere letterario che preferisci di più?
I primi libri “da grande” che ho letto sono stati libri di fantascienza ed è un genere che mi è rimasto nel cuore, anche se non saprei scrivere una riga contenente alieni, astronavi o tecnologie future. Invece il genere cui aspiro è il realismo, che però forse è più un linguaggio che un genere, e che nel nostro secolo e in quello appena passato si è coniugato a molte forme diverse di narrazione:  penso per esempio a certe pagine eccezionali di Stephen King, dove si alternano orrori soprannaturali e spaccati profondi di vita vissuta.     

Quale genere letterario non ti piace?
Leggo quasi tutti i generi, ma non mi piacciono i libri infarciti di luoghi comuni con la scusa del genere. Per esempio, non mi piacciono le storie sentimentali in cui gli uomini sono presentati come stupendi quarti di bue (magari anche ricchissimi e con un beeep come un paracarro) e le ragazze sono sempre ingenue e semplici però in realtà bellissime non appena togli loro gli occhiali.

Come nascono le tue storie?
Come immagini, come scene girate nella mia testa. Le penso più volte, come se le recitassi, e poi le metto per iscritto. Una volta per scrivere un finale di una storia ho dovuto abbassare le serrande, perché avevo bisogno di mimarlo.

In genere ti immedesimi nei tuoi personaggi?
Moltissimo. Quando sono maschi dopo un po’ mi gira la testa. Ma è il lato più bello dello scrivere, entrare nella mente di qualcuno totalmente diverso. In questo libro l’operazione aveva un gusto particolare perché molti dei personaggi sono miei parenti, veri o immaginari. Per plasmarli ho fatto man bassa delle mie manie e dei miei punti di forza e di debolezza, fidandomi molto del mio istinto.

Come è nata la tua ultima opera?
C’era una storia che mi aveva molto impressionato ma che non avevo voglia di raccontare, quella di un musicista americano diventato pazzo per inseguire un sogno impossibile di perfezione. A un certo punto mi è venuta l’idea di immaginare l’incontro tra quest’uomo, che nel libro chiamo William Denver, e la mia famiglia, che aveva una grande passione per la musica e che pure ha avuto dei momenti molto tristi. Così ho cominciato a frequentare “posti dove non volevo andare”, memorie personali e famigliari che erano, per un motivo o per un altro, dei nervi scoperti. L’opera ha una sua forma peculiare di raccolta di racconti indipendenti, con toni e punti di vista diversi, però incentrati su una storia sola che parte dalla Roma degli anni ’50 e finisce in una Roma attuale, apocalittica e un po’ allucinata.   

Stai lavorando a qualche altro libro?
Sto scrivendo un romanzo sull’adolescenza di Roy Cerri, uno dei personaggi dei Dodici posti (il bello ubriaco, per intenderci).

Il tuo sogno?
Se proprio devo sognare, tanto vale farlo in grande: il mio libro che fa successo all’estero e diventa un film di Hollywood. Con Lee Pace, o Jared Padalecki (AKA Sam Winchester), che interpreta William Denver. Sull’interprete ideale di Roy Cerri le mie lettrici sono molto divise, quindi non mi pronuncio. Basta che sia alto e bello.

Contatti:
La mia mail è cavalli64@gmail.com

https://www.facebook.com/claracerri.scrittrice
Stefania Siano

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