• cricchementali@gmail.com

Category ArchiveRecensioni Criccose

Le figlie del dragone di Andrews | Recensione

Anna Carlson ha vent’anni ed è stata adottata. Dopo la morte della madre adottiva, decide di fare un viaggio in Corea per scoprire le sue origini. Ma grande è il suo sconforto quando scopre che la sua vera madre è deceduta nel darla alla luce. Proprio quando sembra che la sua ricerca sia finita, Anna viene avvicinata da una anziana signora, Jae-hee, che le dice di essere sua nonna e le consegna un pettine raffigurante un drago di avorio con due teste e le zampe con cinque piedi ciascuna. Jae-hee a quel punto racconta alla ragazza una storia che ha inizio nel 1943, quando Jae-hee e sua sorella Soo-hee vengono reclutate dall’esercito giapponese, che aveva occupato il Paese, per lavorare in una fabbrica di stivali. Il padre è disperso in guerra e non farà mai ritorno. In realtà le ragazze diventano comfort girls, cioè prostitute, schiave sessuali dei soldati giapponesi per un paio d’anni: vengono sottoposte a violenze indicibili, subiscono la fame e umiliazioni quotidiane. Jae-hee ha una posizione leggermente migliore rispetto alle altre perché diventa la favorita del colonnello. Soo-hee resta incinta e, al momento della disfatta dei giapponesi, sembra in punto di morte per un aborto fatto con mezzi inadeguati. Tutte le altre ragazze vengono uccise, mentre Jae-hee è l’unica sopravvissuta… Mentre la narrazione di Jae-hee prosegue, Anna scopre che il prezioso pettine a forma di drago è sopravvissuto, contro ogni previsione, attraverso generazioni di donne della sua famiglia.

Vi capita mai di leggere un libro talmente bello, che vi ha preso così tanto emotivamente da non trovare le parole per descriverlo?
Ecco, questo è il caso de Le figlie del dragone.

William Andrews con questo romanzo decide di portare alla luce un evento storico che negli anni è stato “dimenticato”, ma forse è meglio dire accantonato o nascosto, dalla società orientale. Durante la seconda guerra mondiale, l’esercito giapponese prendeva giovani ragazze, anche tredicenni, soprattutto coreane (e non solo), e le costringevano a diventare donne di conforto. Queste povere donne vivevano strappate dalle loro famiglie e dal loro paese per essere violentate nelle stazioni di conforto al servizio dell’esercito Giapponese. 

Il lettore conosce Anna Carlson, una ragazza di vent’anni che decide di partire per la Corea per conoscere la sua madre biologica. Purtroppo una volta giunta a destinazione scopre che la donna è morta, ma Anna conoscerà sua nonna Jae-hee che le racconterà la sua vita e dell’importante compito che deve portare a termine. 

Come si intuisce, la vera protagonista della storia non è Anna, ma proprio Jae-hee, la quale racconta di quando lei e sua sorella sono state portate con l’inganno alla stazione di conforto dai giapponesi.  La vita di Jae-hee è piena di violenze, sconfitte, porte chiuse in faccia e delusioni. Una donna che ha dovuto combattere contro tutti, trovando difficilmente degli alleati. 

Un libro intimo, intenso e vibrante di emozioni. Ho amato ogni cosa di questo romanzo: lo stile fluido, la caratterizzazione dei personaggi, le ambientazioni, i richiami alla cultura orientale, ma ammetto anche di avere avuto un po’ di difficoltà nella lettura con la prima metà del libro dove vengono descritte le violenze che subisce Jae-hee. Per questo motivo più di una volta mi sono trovata a interrompere la lettura per riprendermi, quindi, per quanto penso che sia un libro che tutti dovrebbero leggere, sono anche dell’idea che se siete facilmente impressionabili è meglio pensarci due volte prima di iniziare questa lettura. 

Una lettura che mi ha coinvolta emotivamente fin dalle prime pagine e mi ha tenuta compagnia fino alla fine lasciandomi il cuore infranto e un velo di malinconia. 

Basta un caffè per essere felici di Kawaguchi | Recensione

L’aroma dolce del caffè aleggia nell’aria fin dalle prime ore del mattino. Quando lo si avverte, è impossibile non varcare la soglia della caffetteria da cui proviene. Un luogo, in un piccolo paese del Giappone, dove
si può essere protagonisti di un’esperienza indimenticabile. Basta entrare, lasciarsi servire e appoggiare le labbra alla tazzina per vivere di nuovo l’esatto istante in cui ci si è trovati a prendere una decisione sbagliata. Per farlo, è importante che ogni avventore stia attento a bere il caffè finché è caldo: una volta che ci si mette comodi, non si può più tornare indietro. È così per Gotaro, che non è mai riuscito ad aprirsi con la ragazza che ha cresciuto come una figlia. Yukio, che per inseguire i suoi sogni non è stato vicino alla madre quando ne aveva più bisogno. Katsuki, che per paura di far soffrire la fidanzata le ha taciuto una dolorosa verità. O Kiyoshi, che non ha detto addio alla moglie come avrebbe voluto. Tutti loro hanno qualcosa in sospeso, ma si rendono presto conto che per ritrovare la felicità non serve cancellare il passato, bensì imparare a perdonare e a perdonarsi. Questo è l’unico modo per guardare al futuro senza rimpianti e dare spazio a un nuovo inizio.

 

La gente mente per le ragioni più disparate. Certe bugie si dicono per presentarsi sotto una luce migliore, più interessante, oppure per ingannare gli altri. Le bugie possono far male, ma possono anche salvare la pelle. Qualunque sia il motivo, di solito alla fine ci si pente sempre di aver detto una bugia.

Se mi seguite sapete che ho amato “Finché il caffè è caldo”, primo volume di questa serie scritto da Kawaguchi e, a poco tempo di distanza, ecco uscire il secondo volume “Basta un caffè per essere felici”.

Si ritorna nell’antica caffetteria giapponese dove è possibile andare indietro nel tempo, in un dato momento della nostra vita, ma per fare questo ci sono delle regole da rispettare per non perdere se stessi.

Come nel primo volume, anche questo secondo libro si sviluppa in più racconti, a fare da sfondo è questa antica caffetteria con gli stessi proprietari che impariamo a conoscere maggiormente. Il lettore scopre il lato paterno del burbero Nagare e il trauma che porta dentro di sé la silenziosa e introversa Kazu.

I racconti sono ben bilanciati, colmi di messaggi importanti che è bene ricordare soprattutto in questo periodo storico che stiamo vivendo. La cosa che apprezzo dello stile di Kawaguchi è che riesce a rendere armoniosi i racconti dando la sensazione di leggere un classico romanzo.

Come in ogni raccolta di racconti che si legge ci sono sempre quelli che  catturano di più e altri di meno, alcuni mi hanno anche commossa. Ritornano vecchie conoscenze del primo volume, si incontrano nuovi personaggi ai quali il lettore alla fine si affeziona perché il potere di Kawaguchi è quello di far provare empatia per ogni storia che narra. 

Se devo essere sincera ho preferito di più il primo volume Finché il caffè è caldo a questo, semplicemente perché ho trovato alcuni passaggi un po’ forzati, ma a parte questo è stata una lettura piacevole e per me promossa.

Un romanzo che parla di rimorso e di paura, ma anche di speranza e accettazione.

#Prodottofonirtoda @Garzanti

Azami di Aki Shimazaki | Recensione

Il trentaseienne Mitsuo Kawano si divide tra la famiglia e il lavoro di redattore in una rivista d’attualità, e per compensare l’inesistente vita sessuale con Atsuko, la madre dei suoi figli, frequenta locali a luci rosse. Un giorno incontra per caso Goro Kida, un ex compagno di classe diventato presidente dell’azienda di famiglia, che lo invita a trascorrere una serata in un lussuoso club. Lì lavora come entraîneuse la bella e misteriosa Mitsuko, un’altra ex compagna di classe, il primo amore segreto di Mitsuo, la ragazza che nel suo diario chiamava “Azami”, come il fiore del cardo. I ricordi riaffiorano e ben presto tra i due nasce una relazione in cui Mitsuo riscopre una passionalità inattesa e totalizzante. Tuttavia, l’apparente equilibrio tra la quotidianità e gli incontri furtivi è destinato a incrinarsi per mano dell’intrigante Goro Kida… Coincidenze e simbologie impreziosiscono l’evocativa scrittura dell’autrice, dalla radice dei nomi di Mitsuo e Mitsuko – che racchiude l’idea dell’appagamento, benché nessuno dei due sia soddisfatto della propria vita – al fiore del cardo, un fiore bello ma pieno di spine, emblema dell’indipendenza e della vendetta. Nelle pagine di Azami, primo romanzo di una pentalogia, Aki Shimazaki racconta di una famiglia come tante, dipingendo sentimenti intimi, rapporti lacerati vissuti nell’ombra e nella menzogna.

Con uno stile scorrevole e semplice, Aki Shimazaki racconta la storia di un trentaseienne che ha una moglie devota, dei bellissimi bambini e una posizione di tutto rispetto in una rivista d’attualità. Mitsuo sembra avere una vita perfetta, è un grande lavoratore e si dimostra essere una persona affettuosa e premurosa con la sua famiglia. Ciò che va a incrinare il suo umore è il fatto di non avere più rapporti intimi con la moglie, ma tutto cambia quando incontra, per caso, la sua vecchia compagna di classe: la bella e misteriosa Mitsuko.

Azami è il primo volume di una pentalogia e sono rimasta piacevolmente colpita dallo stile dell’autrice che, con una storia lineare, è riuscita a intrattenermi e a conquistarmi. 

Shimazaki racconta una storia che parla di infelicità, di tradimenti, di desiderio, di dovere e di reputazione. Quest’ultimo è un punto essenziale che fa da colonna portante per la società orientale. 

La storia è intima e introspettiva, vista dal punti di vista del protagonista che mi ha messo più di una volta in crisi durante la lettura. In alcune circostanze ho provato pena per Mitsuo, altre volte rabbia. Il tradimento è una cosa che non concepisco, ma nonostante questo sono andava avanti nella storia, curiosa di sapere l’autrice dove voleva andare a parare. 

Nel romanzo compare un altro personaggio importante, Goro, un vecchio compagno di classe di Mitsuo, il quale sarà la chiave del primo incontro tra la coppia principale della storia. Ho apprezzato la caratterizzazione di Goro e di Mitsuko, anche se avrei preferito approfondire maggiormente questi due personaggi. 

Un romanzo piccolo e veloce che ti cattura con lo stile di scrittura e, con una trama lineare, ti vincola alle pagine fino alla fine. 

Quanto manca alla sera di Evgenjia Nekrasova | Recensione

Katja è una bambina che vive con i genitori in una cittadina di periferia al decimo piano di una casa prefabbricata di epoca sovietica. Nel mondo di Katja dalla ciminiera della fabbrica esce un drago dal muso affilato, le macchie sul soffitto si trasformano in figure umane e le colonne di numeri prendono le sembianze di una poesia. Ma al mondo circostante Katja non serve: i ragazzini la prendono in giro e i grandi non hanno forze e tempo da dedicarle. E Katja trova una via di uscita; ma a quel punto si intromette uno spirito del folclore russo, la kikimora, che vive dietro ai fornelli della cucina. Insieme le due si avventurano in un viaggio spericolato che le porta a superare in crudeltà coloro che le avevano tormentate.

All’improvviso Katja iniziò a parlare, a lamentarsi: aveva capito che nessuno le voleva bene e e la voleva ascoltare, e comprendere, e aiutare. Che Katja voleva bene alla mamma, mentre la mamma non le voleva bene come avrebbe dovuto. […] Che Katja un pochino voleva bene al padre, mentre lui, q quanto pareva, la odiava proprio […]

Katja è una bambina che vive in una cittadina di periferia in una casa prefabbricata di epoca sovietica e ha un rapporto complicato con i genitori: il padre sembra odiarla, mentre la madre è succube del marito. Entrambi non l’ascoltano e non le pongono le giuste attenzioni, troppo presi dalla routine quotidiana. I problemi della protagonista continuano anche quando va a scuola perché non riesce a relazionarsi con i suoi coetanei, i quali non perdono occasione nel prenderla in giro. Per Katja la vita è difficile, stancante, è costretta a isolarsi per proteggersi. Durante la giornata fa il conto di quanto manca alla sera perché è l’unico momento in cui è in pace con se stessa.

La storia si focalizza sulla protagonista, una bambina che non si sente amata, non si sente compresa e che soprattutto non viene ascoltata. Questa situazione non fa altro che farla chiudere in se stessa arrivando a isolarsi dal mondo. Durante le giornate succedono dei fatti misteriosi a casa di Katja, oggetti che scompaiono o che si rompono e poco dopo la protagonista scoprirà la colpevole: una Kikimora. 

La Kikimora è una figura del folclore russo che si presenta come una creatura silenziosa, stramba non solo nel comportamento, ma anche nell’aspetto. Katja inizierà in viaggio con la Kikimora e per la prima volta inizierà ad aprirsi, a parlare, a sfogarsi e questi piccoli gesti l’aiuteranno a infrangere quel muro che si era costruita. 

Si tratta di una storia dove emerge il realismo magico con elementi onirici, lo stile di scrittura è ricercato, ma a volte l’ho trovato non fluido e questo spesso mi ha reso un po’ “pesante” la lettura. La storia si focalizza molto sulla descrizione delle giornate di Katja, approfondendo il suo stato d’animo e la sua solitudine, solo a metà libro incontrerà la Kikimora che smuoverà un po’ la narrazione. 

Quando manca alla sera è un romanzo che consiglio a chi si è sentito o si sente solo e incompreso, e a chi è curioso di conoscere la figura del folclore russo, la Kikimora. 

#Prodottofonirtoda @AtmosphereLibri

 

Quasi come un gatto di Carlie Sorosiak | Recensione

Leonard non aveva mai avuto un nome, o un corpo tutto suo, o un migliore amico. Poi ha incontrato Olive, ed essere un gatto alieno… è diventata un’avventura incredibile. Non tutti i giorni si compiono trecento anni! Ecco perché, per festeggiare l’occasione, agli abitanti di un piccolo pianeta sperduto nella Galassia è concesso trascorrere un mese di compleanno sulla Terra, prendendo la forma che preferiscono. Alcuni scelgono di essere delfini, per vivere nei panni della creatura più intelligente del mondo, altri scelgono il falco, per volare altissimi nel cielo, altri ancora il pinguino, o il lupo… Nessuno vuole diventare un umano. Nessuno tranne l’alieno di questa storia, che invece non vede l’ora di trasformarsi in guardia forestale, con un bel paio di baffi e stivali. Durante il viaggio sulla Terra, però, qualcosa va storto e il festeggiato si ritrova all’improvviso nel corpo di… un gatto in cima a un albero. Nel bel mezzo di una tempesta. A migliaia di chilometri dal punto in cui dovrebbe essere! Per fortuna, un’umana di nome Olive corre in suo aiuto e accoglie l’alieno gatto in casa propria. Decide di chiamarlo Leonard e adottarlo: lo fa dormire nel letto con lei, gli accarezza la testa, gli racconta i suoi segreti. Leonard è così felice che gli sembra di volare e vorrebbe che questo compleanno non finisse mai. Ma che cosa direbbe Olive se scoprisse la sua vera identità?

Il protagonista è un alieno che per il suo trecentesimo compleanno ha la possibilità di passare un mese sul pianeta terra per studiare gli umani. Il suo desiderio è quello di prendere le sembianze di una guardia forestale, ma qualcosa va storto durante il viaggio e si troverà nel corpo di un gatto.  Nel momento del pericolo arriverà una ragazzina di undici anni a salvarlo che lo terrà con sé dandogli un nome: Leonard.

Ci sono quelle letture che hanno il potere di farti “respirare”, di sollevarti lo spirito con una storia spensierata, ma anche piena di sentimento e di bei messaggi. Quasi come un gatto è una lettura che mi ha tirato su con il morale per la sua dolcezza.

La storia è vista tutta dal punto di vista di Leonard. L’alieno/gatto studia gli umani, in particolar modo la vita della piccola Olive, un’undicenne che vive una situazione familiare non piacevole: ha perso il padre e non accetta il nuovo compagno della madre. A questo si unisce anche il fatto che Olive è una ragazzina che non riesce a relazionarsi con gli altri e ha difficoltà a fare amicizia, ma con Leonard nasce subito una bellissima sintonia. 

Il lettore segue la crescita del simpatico Leonard, il quale scopre tanti aspetti degli umani che prima non conosceva, e il percorso della tenera Olive, la quale instaura una profonda amicizia con il suo gatto. La storia prosegue con un ritmo ben cadenzato tra momenti divertenti e attimi toccanti. 

Un romanzo dolce, divertente che parla di amicizia, di crescita, e soprattutto di famiglia. Una storia che ti cattura con la sua leggerezza e alla fine ha il potere di farti provare una stretta di commozione alla fine.

#Prodottofornitoda @DeaPlanetaLibri

La più grande di Davide Morosinotto | Recensione

Canton, 1770. Shi Yu non ha mai conosciuto i suoi genitori. Ha sei anni e lavora per l’irascibile locandiere Bai Bai, che non le risparmia insulti e frustate. Un giorno, alla locanda Yu incontra Li Wei, un ragazzino esperto di arti marziali. Yu lo convince a insegnarle a combattere: la ragazza ha talento, si vede subito. Quando, pochi anni dopo, viene rapita dai pirati della ciurma del terribile Drago d’Oro, a salvarle la vita è proprio la sua abilità nella lotta: invece di ucciderla, Drago d’Oro la arruola nell’equipaggio. È l’inizio dell’ascesa di Yu nel mondo della pirateria. A diciannove anni diventa comandante di un’intera flotta, che in breve arriva a contare più di cento navi. Il suo nome terrorizza il Mar della Cina, la sua forza sembra inarrestabile Ma la straordinaria fama di cui gode le ha creato un nemico, tanto potente quanto misterioso, che è pronto a tutto pur di distruggere il wushu dell’Aria e dell’Acqua, lo stile di arti marziali leggendario di cui la ragazza è diventata l’ultima maestra. Un’avventura mozzafiato e un romanzo di formazione, ispirato alla storia vera di Ching Shih, che comandò la più grande flotta pirata di tutti i tempi.

E’ così che funziona il mondo. […] E l’ho imparato fin da quando ero bambina e facevo la serva in una locanda. Se vuoi sopravvivere non puoi lasciarti schiacciare. Devi guadagnarti il rispetto degli altri. La faccia, come la chiama Abbondanza. E l’unico modo per riuscirci è essere forte.

In una Cina del Settecento il lettore conosce Shi Yu, un’orfana che prima lavora come serva in una locanda, poi stanca di subire soprusi decide di imparare le arti marziali grazie all’incontro fortuito con un ragazzino di nome Wei e suo nonno. Questo è solo l’inizio della storia di Yu, una ragazzina che comanderà la più grande flotta pirata.

Un romanzo di formazione che ho trovato interessante e introspettivo. Morosinotto si ispira alla vera storia di Ching Shih, una pirata cinese che ha terrorizzato il mare della Cina andando in conflitto con le più grandi nazioni come l’impero britannico.

Il romanzo ha un ritmo a tratti un po’ lento, i capitoli sono divisi in modo da scandire le fasi della crescita della protagonista partendo da quando ha sei anni. Il lettore si affeziona a Shi Yu che all’inizio è una bambina spaventata dal mondo che vuole diventare forte per difendersi, poi percorre la sua strada da pirata, affronta le avversità della vita a testa alta, si innamora, si troverà ad avere a che fare non solo con battaglie, ma anche con chi è pronto a pugnalarla alle spalle.

L’ambientazione è ben curata, l’autore ci tiene a descrivere non solo per bene gli ambienti, ma anche la cultura orientale che è particolare e affascinante. Lo stile di scrittura è scorrevole, ma a tratti un po’ troppo descrittivo per i miei gusti.

Il romanzo si incentra su Shi Yu, ma compaiono tanti personaggi con soprannomi bizzarri e divertenti, infatti all’inizio del romanzo c’è un piccolo elenco che li segna tutti. Sono una lettrice che ha parecchia difficoltà a seguire la storia quando ci sono troppo personaggi, ma il glossario mi è stato molto utile.

Un romanzo di formazione intenso che secondo me non è solo adatto ai ragazzi, ma anche a un pubblico più grande. Si parla di coraggio, di forza e di una donna che prende in mano la sua vita.

#Prodottofornitoda @Rizzoli

Il gatto che voleva salvare i libri di Sosuke Natsukawa | Recensione

La libreria Natsuki è un luogo speciale: un negozio polveroso e solitario, dove gli amanti della lettura possono trovare, tra le pagine dei grandi capolavori di tutto il mondo, un’oasi di pace, un rifugio lontano dal frastuono della quotidianità. Quando il proprietario, uomo colto e appassionato, muore improvvisamente, il nipote Rintaro, un ragazzino timido e introverso, eredita la libreria. Il nonno si è preso cura di lui dopo la morte di sua madre e, ora che è scomparso, Rintaro deve imparare a fare a meno della sua saggezza dolce e pacata. La libreria è sull’orlo del fallimento: un’eredità pesante per il ragazzo, anche perché i segnali dal mondo sono piuttosto scoraggianti: poca gente è davvero interessata alla lettura. Un giorno, mentre Rintaro si crogiola malinconico nel ricordo del nonno, entra in libreria un gatto parlante. Nonostante le iniziali perplessità del ragazzino, il gatto lo convince a partire per una missione molto speciale: salvare i libri dalla loro scomparsa. Inizia così la storia di un’amicizia magica: un’avventura che li porterà a percorrere quattro diversi labirinti per risolvere altrettante questioni esistenziali sull’importanza della lettura e sulla forza, infinita e imperscrutabile, dell’amore. Una favola dei nostri tempi, un’ode straordinaria al potere del libro e dell’immaginazione.

 

Un viaggio surreali dalle tinte orientali. 

Rintaro è un ragazzino delle superiori timido e introverso ed è anche un Hikikomori, ovvero un ragazzo che si chiude in se stesso, non volendo alcun contatto con la società che lo circonda. Le cose per Rintaro cambiano quando il nonno muore e così eredita la sua antica libreria che è ormai in fallimento. Una sera, il protagonista incontrerà Tora, un gatto che lo trascinerà in una missione: salvare i libri. 

Con uno stile delicato e scorrevole, Natsukawa non si limita solo a raccontare un’avventura surreale con un protagonista che cresce e si evolve capitolo dopo capitolo, ma l’autore va a sviscerare il significato dell’amore per i libri. 

Il ritmo l’ho trovato un po’ lento per i miei gusti, ma ho apprezzato i tanti spunti di riflessione inerente all’essere un lettore e al concetto dell’amore per i libri, i quali vengono sempre più considerati come un bene materiale, degli oggetti da possedere.

Non sono entrata molto in empatia con Rintaro, ma ho apprezzo il suo viaggio e la sua crescita. Al termine della storia abbiamo un protagonista più consapevole di ciò che gli piace e di ciò che vuole fare. La storia si alterna tra l’avventura surreale e i disagi scolastici del protagonista, il tutto con la presenza attenta del gatto Tora.

Un romanzo delicato e interessante che appassionerà sicuramente tutti coloro che amano la lettura. 

#prodottofornitoda @mondadori

Il demone dai capelli bianchi di Edogawa Ranpo | Recensione

Il giovane Omuta Toshikiyo è l’uomo più ricco della città giapponese di S. È sposato con una donna bellissima che è riuscita a fargli superare la sua naturale misoginia e ha un caro amico, bello e spiantato. Un giorno Toshikiyo cade da una rupe e muore. Riaprirà gli occhi in una bara, trasformato in un demone tornato dall’Inferno e, una volta evaso dalla tomba di famiglia, scoprirà che la sua precedente vita non era affatto idilliaca come sembrava ma nascondeva molti inganni. Crollata ogni certezza, decide di dare inizio alla sua vendetta, ispirandosi al nume tutelare di Edmond Dantès, Conte di Montecristo, e guidato da un forte istinto di giustiziere. Edogawa Ranpo, autore di culto anche in Occidente, ha dato vita a un’opera lucida e spietata come un revenge movie del cinema orientale e insieme debitrice al gotico e al noir di Marie Corelli e Edgar Allan Poe, creando un ibrido letterario ricco di fascino, profondamente perturbante.

 

In questo momento, di fronte a me, quel brav’uomo del professore del carcere attende sornione l’inizio della mia lunga storia. Di fianco, invece, un abile stenografo è intento a temperare la matita, pronto a scattare al primo movimento delle mie labbra. […] Sì, sono uno spietato assassino!

Il demone dai capelli bianchi (pubblicato la prima volta nel 1932) è un romanzo che ha dei chiari riferimenti al classico de Il Conte di Montecristo. Il protagonista è il visconte Omuta, uomo che possiede una grande fortuna e che ha una profonda amicizia con Kawamura. I due giovani condividono tutto, vivono quasi in simbiosi. Quando Omuta si innamora perdutamente della bellissima Ruriko, sembra aver trovato la felicità assoluta, ma durante una scampagnata insieme alla giovane moglie e al fidato amico, il protagonista viene coinvolto in un incidente. Omuta si risveglierà dopo cinque giorni nella tomba di famiglia e, una volta compreso il tradimento da parte delle persone più importanti della sua vita, deciderà di crearsi una nuova identità per seguire il sentiero della vendetta. 

Edogawa Ranpo era un grande amante della letteratura occidentale e anche se  per almeno metà libro la trama è abbastanza prevedibile, per il riferimento evidente al Conte di Montecristo, la storia mi ha coinvolta con l’ambientazione noir e spesso grottesca. Con uno stile fluido, il lettore segue il racconto del protagonista. 

Omuta si racconta, sembra quasi di averlo al nostro fianco, mentre svela i suoi pensieri e riflette sulle sue azioni, spesso raccapriccianti. Il lettore non può fare altro che leggere (e ascoltare) le sue parole.

Ho trovato ben costruita la caratterizzazione dei personaggi: l’evoluzione estrema, ma anche molto realistica di Omuta, la brama di Kawamura e l’ambizione e la vanità di Ruriko. Un trio che rappresenta bene alcuni lati oscuri del genere umano. 

Il demone dai capelli bianchi è un viaggio nella psicologia di un uomo che evolve i suoi pensieri ottusi quando raggiunge la felicità, per poi mutare completamente nel momento in cui viene ferito. Vendetta, rimorso, rancore, avidità e ambizione, questi sono gli elementi portanti di questo romanzo.