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Mignolina illustrato da Mazzoni | Recensione

Mignolina 

di Handersen illustrato da Marco Mazzoni

Rospi, Maggiolini, topi e talpe: tutti vogliono fermare mignolina, la minuscola bambina appena sbocciata. Grazie a una Rondine, lei sceglie la libertà. Un nuovo sguardo su una fiaba intramontabile, che è un inno alla diversità, al coraggio e alla capacità di cambiare.

Era proprio un tulipano, ma al suo interno, sul pistillo verde, era seduta una bambina piccola, graziosa e delicata, alta poco più di un mignolo. Perciò la donna la chiamò Mignolina.

Una fiaba con delle illustrazioni dettagliate e oniriche. 

Bene o male quelli della mia generazione conoscono la storia di Mignolina, una fiaba di Hans Christian Andersen che però non rientra sul podio delle fiabe più note. Infatti la storia più famosa dell’autore è La Sirenetta, di cui abbiamo avuto, e abbiano tuttora, varie rivisitazioni. 

Con quest’albo non solo Rizzoli ripropone una fiaba un po’ più ricercata, ma con l’interpretazione dell’illustratore Marco Mazzoni la storia prende più corpo.

Tutto parte dal desiderio di una donna nel voler avere una figlia e grazie all’aiuto di una strega nasce Mignolina. La protagonista è una bambina delicata e bellissima, alta quanto un mignolo. Per una serie di disavventure si troverà ad avere a che fare con vari animali, i quali avranno problemi con sua la diversità. 

Rileggendo la storia sono tornata un po’ bambina e, per quanto non ami particolarmente la fiaba di Mignolina, non ho potuto fare a meno di innamorarmi delle illustrazioni di Marco Mazzoni. Le tavole dalle tinte pastello sono in continua evoluzione. L’illustratore segue la crescita e il cambiamento interiore di Mignolina e così i colori e i particolari si intensificano, creando dei veri e propri capolavori. Mazzoni non realizza delle illustrazioni che rappresentano in modo letterale gli avvenimenti del racconto, ma dà una sua interpretazione molto onirica e poetica in base all’evoluzione di Mignolina.

Un racconto classico della letteratura per l’infanzia che parla di una bambina che accetta la sua diversità, prende coraggio e cresce. 

#Prodottofornitoda @Rizzoli

 

Leopardo nero, lupo rosso di Marlon James | Recensione

Leopardo nero, lupo rosso

Marlon James

Mistero e magia, potere e sangue sono gli elementi portanti di questo straordinario romanzo epico, il primo fantasy ambientato in un’Africa dove leopardi e lupi si mescolano con uomini dai poteri sovrannaturali. Già opzionato per una serie televisiva, Leopardo nero, lupo rosso è il primo libro di una trilogia, accolto con enorme successo in US e UK. Nello straordinario primo romanzo della trilogia Dark Star di Marlon James, mito, fantasia e storia fanno da sfondo alle avventure dell’Inseguitore, un mercenario ingaggiato per trovare un bambino scomparso tre anni prima. L’Inseguitore è famoso per le sue doti di cacciatore solitario – «Ha un gran fiuto», dice la gente -, ma per questa missione deve lavorare con un eterogeneo gruppo di personaggi, ciascuno dei quali si porta dietro un segreto. Primo fra tutti il muta-forma Leopardo. In viaggio sulle tracce del bambino, l’Inseguitore si sposta da un’antica città all’altra, si addentra in fitte foreste, attraversa fiumi vorticosi e si scontra con mostruose creature decise a ucciderlo. In quella lotta quotidiana per la sopravvivenza, comincia allora a chiedersi chi sia veramente il bambino che sta cercando, chi vuole impedirgli a tutti i costi di trovarlo e soprattutto chi mente e chi dice la verità. Leopardo nero Lupo rosso è il primo romanzo della trilogia Dark Star, scaturita dalla sfrenata immaginazione di Marlon James, già vincitore del Man Booker Prize. Opzionato da Warner per una serie TV, il libro è un fantasy epico immerso nella storia nelle leggende e nel folklore di un’Africa mitica e bellissima.

E forse è per questo che le grandi storie che ci raccontiamo sono così diverse.  Perché noi raccontiamo storia per vivere e quel genere di storia ha bisogno di uno scopo, quindi quel genere di storia dev’essere una bugia. Perché alla fine di una storia vera, c’è soltanto spreco. 

Un fantasy per adulti originale, violento, irriverente e cinico. 

Negli ultimi tempi in Italia stanno arrivando sempre più fantasy che si rivolgono a un target maturo, e questo primo volume di una trilogia rientra proprio in questa categoria. 

L’autore fonda le basi di “Leopardo nero, Lupo rosso” in uno scenario africano, originale e pieno di misticismo dove si intrecciano magia, maledizioni, streghe, anti-streghe, muta-forma, demoni, divinità, riti di iniziazione, il tutto enfatizzato da un’atmosfera cupa e selvaggia.

Inseguitore è un uomo che fin da piccolo ha avuto un’infanzia difficile dovuta a un padre manesco, rozzo e ubriacone, e una madre che semplicemente sottostava alle violenze. Anche quando il nostro protagonista decide di scappare per trovare una sua dimensione, la sua vita viene costellata da delusioni, violenze atroci, stupri e tradimenti. Questi avvenimenti forgiano il suo carattere cinico e irascibile.

In un’alternanza tra presente e passato il lettore conosce la vita di Inseguitore e alcuni dei personaggi che intrecciano il suo cammino. Uno tra questi, che ha un ruolo importante, è Leopardo.
Leopardo è un muta-forma irriverente, è molto semplice nei suoi ragionamenti, non è scaltro e guardingo come il protagonista, e questo mix l’ho amato, trovandolo bilanciato e a tratti divertente.

Il libro ha un ritmo un po’ lento all’inizio, man mano che si va avanti il tutto diventa più incalzante. La trama principale è molto complessa per quel che riguarda la scomparsa del bambino, su chi sia, sul perché il mercante di schiavi richieda di trovarlo e le carte in tavola cambiano più volte, facendo entrare in crisi il lettore (nel senso positivo del termine) che tenta di andare avanti nella lettura cercando la verità. L’autore realizza così una trama molto intricata, non solo per gli intrighi e le cose dette e non dette sull’enigma del bambino, ma anche per la moltitudine di personaggi ben caratterizzati e complessi che interagiscono in queste poco più di seicento pagine.

Lo stile dell’autore è molto particolare, a tratti l’ho trovato un po’ confusionario soprattutto nelle descrizioni delle scene oniriche, ma devo ammettere che Marlon ha un’abilità magistrale nel raccontare le scene di violenza, alcune le ho trovate talmente ben scritte da farmi venire i brividi.  Il libro è pieno di violenze di ogni tipo, non solo nelle scene, ma anche nel linguaggio. Personalmente ho trovato un po’ pesante la continua presenza di volgarità e parolacce nei dialoghi, è vero che parliamo di mercenari, ma sono dell’idea che, come in ogni cosa, il troppo storpia. 

Come ho detto prima ci troviamo in un ambiente africano con tribù, riti di iniziazione e magia. Per quanto riguarda le relazioni non aspettatevi le storie d’amore tormentate e struggenti, qui è tutto molto istintivo. Eppure, in questa cornice selvaggia in cui l’uomo è un tutt’uno con la natura e i suoi istinti, il lettore scopre anche l’animo di Inseguitore a partire dalla sua prima infatuazione per l’amico Kava. Il protagonista spesso prova dei sentimenti per determinati compagni e ho adorato questo suo essere combattuto su ciò che prova e la sua maschera da uomo cinico. 

Marlon James non si limita a far conoscere al lettore perfettamente Inseguitore, ma anche alcuni dei personaggi più importanti, permettendo di scorgere qualcosa sul loro passato e di comprenderli.

Leopardo nero, lupo rosso è un fantasy violento e cinico, in cui la parola d’ordine è “arrovellarsi il cervello” per la trama complessa e misteriosa. Il lettore non può far altro che farsi trascinare dall’ambientazione africana colma di magia, maledizioni e di creature fantastiche e inquietanti.

#Giftedby Frassinelli

Cigni selvatici di Jung Chang | Recensione

Cigni selvatici. Tre figlie della Cina

Jung Chang

La storia vera di “tre figlie della Cina” (l’autrice, sua madre, sua nonna) le cui vite e le cui sorti rispecchiano un secolo di storia cinese, un tempo di rivoluzioni, di tragedie e di speranze: dall’epoca dei “signori della guerra” all’occupazione giapponese e poi russa, dalla guerra civile tra i comunisti e il Kuomintang alla lunga Marcia di Mao e alla Rivoluzione Culturale. Allevata come una “Guardia rossa”, Jung Chang raccoglierà infine l’eredità di dolore e di speranza di sua nonna e di sua madre, opponendosi al regime, che le deporterà i genitori in un campo di rieducazione e la esilierà ai piedi dell’Himalaya, fino all’insperata occasione di espatrio, nel 1978, verso l’Inghilterra.

Fu mia madre, in fondo, a ispirarmi la stesura di Cigni Selvatici, la storia di mia nonna, di mia madre e mia, sullo sfondo dei turbolenti avvenimenti della Cina del ventesimo secolo. 

Cigni Selvatici è un romanzo che nasce dalla volontà dell’autrice, Jung Chang, di voler raccontare la sua storia e quella di sua madre e di sua nonna in un periodo storico della Cina molto travagliato.

Il libro parte dagli inizi del 1900 e l’autrice introduce la storia partendo dalla bisnonna, una donna che è stata costretta a sposare un ragazzo di 14 anni, di ben sei anni più piccolo di lei. Chang spiega che in quel periodo era del tutto normale che la moglie fosse di qualche anno più grande del marito perché doveva rappresentare non solo l’amante, ma anche colei che contribuiva alla crescita del suo uomo. Questo è solo uno dei piccoli particolari della cultura orientale che tratta Chang.

L’autrice racconta le varie fasi politiche e culturali della Cina nel corso del Novecento, in modo da dare un dettagliato quadro storico al lettore al fine di comprendere al meglio le storie di vita di queste donne. Ho apprezzato molto l’aspetto storico e le varie particolarità sulla cultura cinese, che vengono raccontate dall’autrice in modo semplice e scorrevole. Si ha l’impressione di sentire tutta la storia narrata da un’amica.  

Molto interessanti e coinvolgenti sono le parti che riguardano la storia della bisnonna, della nonna e della madre, ma ho trovato un po’ lenta e prolissa la parte proprio dell’autrice. Personalmente i personaggi non mi hanno molto coinvolta, più che un classico romanzo sembra quasi un saggio scorrevole che nel delineare la situazione storica, politica e culturale aggiunge un pizzico di novità narrando la storia di queste donne. 

Ad aiutare il lettore nell’orientarsi facilmente in questa storia c’è non solo l’albero genealogico dell’autrice, ma vi è anche uno schema riassuntivo che delinea i tratti storici più importanti in relazione agli avvenimenti della famiglia di Chang. Questa piccola chicca l’ho molto apprezza perché risulta non solo ben curata da un punto di vista grafico, ma aiuta sicuramente nel non perdersi nella lettura. 

Cigni Selvatici non racconta solo la storia vera di tre donne che hanno combattuto e superato le avversità del complicato ventesimo secolo Cinese, ma racconta in modo scorrevole tutte le tappe storiche e politiche di quel periodo. 

 

La notte dei bambini cometa di P. Vettori | Recensione

La notte dei bambini cometa

Pierpaolo Vettori

Zeno Vivaldi ha un amico immaginario molto speciale, che lo accompagna per tutta l’infanzia: un mostro di nome Ulmer, che racconta al lettore la sua storia in prima persona. Un romanzo d’iniziazione contemporaneo dalle atmosfere fantastiche e ironiche e dal linguaggio ammaliante. Vampiri e fantasmi, i mostri della tradizione gotica, spuntano discretamente tra una riga e l’altra, accompagnati da nuove inquietanti apparizioni reali, come i poeti maledetti della musica punk, dando voce ai turbamenti della preadolescenza. La storia di uno di quei bambini troppo sensibili da cui spesso fuggiamo, narrata con estrema delicatezza, cogliendo proprio il momento in cui Zeno sta per diventare adulto: meravigliato di fronte al mondo reale, ai suoi misteri, agli imprevisti e alle situazioni incomprensibili che è naturalmente destinato a incontrare. Un piccolo classico dell’autore, che torna in versione riveduta e ampliata.

Zeno si sentiva bene e male allo stesso tempo.
Forse era quello essere adulti. Quando diventi grande non ci sono più misteri, solo problemi. 

Una storia delicata e intensa, che ha la nota nostalgica dell’infanzia. 

La notte dei bambini cometa è il libro di esordio dell’autore pubblicato nel 2011, questa è la versione ampliata e riproposta da Bompiani nel mese di agosto di quest’anno. 

Il protagonista è Zeno, un bambino così sensibile che quando sta male emotivamente sta male anche fisicamente. Zeno è introverso, timido e ha una grande fantasia, talmente tanto da avere un amico immaginario di nome Ulmer il quale ci racconta le vicende di Zeno.

Come si può ipotizzare dalla quarta di copertina, si tratta di una storia di formazione e di crescita, del classico passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Mi aspettavo le tipiche tematiche “leggere” di questa fase di crescita, ma ho trovato temi molto più maturi di quelli che mi aspettavo. Zeno si trova ad affrontare non solo le problematiche del primo amore non corrisposto per la cugina, gli episodi di bullismo, le prime domande sulla vita, ma anche problemi che lo avvicinano al mondo adulto: come la depressione, la morte e il suicidio. 

Il protagonista è la dolcezza e l’ingenuità in persona, mi sono affezionata subito a lui e, in alcuni momenti, mi sono rivista in alcune situazioni e pensieri. L’idea di far raccontare tutto all’amico immaginario con un linguaggio semplice, ma spesso anche scanzonato, fa in modo che anche un adulto possa approcciarsi con piacere alla lettura. 

Altro personaggio che ho apprezzato nella sua complessità e “pazzia” è Irene, una ragazzina che avrà un ruolo importante nella crescita di Zeno. Irene è un personaggio dall’umore altalenante che, anche con i suoi sbalzi giustificati e ben bilanciati nella storia, è riuscita a catturarmi. Mi sono sentita vicino a lei, alla sua situazione drammatica e molti momenti che passa con Zeno li ho trovati alcuni divertenti e altri toccanti. 

La notte dei bambini cometa è un libro che ti accoglie con il sorriso e la spensieratezza di un amico immaginario, il quale ti saluterà al termine della lettura lasciandoti un velo di malinconia.

#Giftedby @Bompiani

Se i gatti scomparissero dal mondo di K. Genki | Recensione

Se i gatti scomparissero dal mondo

Kawamura Genki

Di lavoro fa il postino, mette in comunicazione le persone consegnando ogni giorno decine di lettere, ma il protagonista della nostra storia non ha nessuno con cui comunicare. La sua unica compagnia è un gatto, Cavolo, con cui divide un piccolo appartamento. I giorni passano pigri e tutti uguali, fin quando quello che sembrava un fastidioso mal di testa si trasforma nell’annuncio di una malattia incurabile. Che fare nella settimana che gli resta da vivere? Riesce a stento a compilare la lista delle dieci cose da provare prima di morire… Non resta nulla da fare, se non disperarsi: ma ecco che ci mette lo zampino il Diavolo in persona. E come ogni diavolo che si rispetti, anche quello della nostra storia propone un patto, anzi un vero affare. Un giorno di più di vita in cambio di qualcosa. Solo che la cosa che il Diavolo sceglierà scomparirà dal mondo. Rinunciare ai telefonini, ai film, agli orologi? Ma certo, in fondo si può fare a meno di tutto, soprattutto per ventiquattr’ore in più di vita. Se non fosse che per ogni oggetto c’è un ricordo. E che ogni concessione al Diavolo implica un distacco doloroso e cambia il corso della vita del protagonista e dei suoi cari. Soprattutto quando il Diavolo chiederà di far scomparire dalla faccia della terra loro, i nostri amati gatti. Kawamura Genki ci costringe a pensare a quello che davvero è importante: alle persone che abbiamo accanto, a quello che lasceremo, al mondo che costruiamo intorno a noi.

 

Come cambierebbe il mondo? E come cambierebbe la mia vita?
Se io scomparissi dal mondo, intendo. 
Il mondo non cambierebbe di una virgola e tutto andrebbe avanti allo stesso modo, giorno dopo giorno? 

Un romanzo surreale e dai toni fiabeschi che tratta dell’importanza delle piccole cose della vita. 

Se mi seguite su instagram sapete che questo è stato un acquisto impulsivo, dettato dalla combinazione gatti e autore giapponese. Mi aspettavo una semplice lettura di intrattenimento e invece non solo l’ho trovata leggera, ironica e divertente, ma anche piena di messaggi importanti e punti di riflessione.

Il tutto è narrato dal punto di vista del nostro protagonista e,  con uno stile frizzante e ironico, Genki permette al lettore di immergersi completamente nella storia. 

Il nostro protagonista è un uomo di trent’anni che all’improvviso scopre di avere pochi giorni di vita a causa di un tumore. In un momento di disperazione compare dinanzi ai suoi occhi il diavolo in persona che gli propone uno scambio: per ogni cosa che fa sparire dalla faccia della terra gli allungherà la vita di un giorno. E così, il povero sventurato, passerà dei giorni a “giocare” con il diavolo, cercando di vivere il più a lungo possibile. 

La storia si apre con il protagonista, di cui si ignora il nome, che scrive una lettera raccontando questa avventura/disavventura a una persona molto importante della sua vita. Ogni volta che il diavolo fa sparire qualcosa (come telefoni, film ecc.) il ragazzo affronta i pro e i contro di tale avvenimento, e la sua mente corre al passato, alla sua infanzia e alla sua amata madre che ormai non c’è più. Da questi ricordi si scopre qualcosa in più sul suo passato e sul forte legame che aveva con la madre.

Adoro come Genki realizza il diavolo che è ironico, sarcastico, esagerato, divertente, esattamente la punta di comicità che ci vuole per rendere quest’opera tragicomica e incisiva. 

Le pagine scorrono velocemente, tra le righe ci sono vari punti di riflessioni sulla vita e su ciò che ci circonda che però reputiamo superfluo, non ci diamo il giusto peso perché lo abbiamo sempre a portata di mano. Il finale l’ho trovato commovente, elegante, poetico… perfetto! Una chiusura di storia che mi ha fatto scendere la lacrima.

Se i gatti scomparissero dal mondo non è solo una storia ironica, surreale e fiabesca, ma è anche un inno alla vita che ci consiglia di tenere bene a mente ciò che amiamo veramente. 

Ferryman – Amore eterno di Claire McFall | Recensione

Ferryman – Amore eterno

 Claire McFall

Dylan ha quindici anni e quando una mattina decide di andare a trovare il padre, che non vede da molto tempo, la sua vita subisce un drastico cambiamento: il treno su cui viaggia ha un terribile incidente. Dylan sembrerebbe essere l’unica sopravvissuta tra i passeggeri e, una volta uscita, si ritrova in aperta campagna, in mezzo alle colline scozzesi. Intorno non c’è anima viva, a parte un ragazzo seduto sull’erba. L’adolescente si chiama Tristan e, con il suo fare impassibile e risoluto, convince Dylan a seguirlo lungo un cammino difficile, tra strade impervie e misteriose figure che girano loro intorno, come fossero pronte ad attaccarli da un momento all’altro. È proprio dopo essersi messi in salvo da questi strani esseri che Tristan le rivela la verità… lui è un traghettatore di anime che accompagna i defunti fino alla loro destinazione attraverso la pericolosa terra perduta.
A ogni anima spetta il suo paradiso, ma qual è quello di Dylan? L’iniziale ritrosia di Dylan e l’indifferenza di Tristan si trasformano a poco a poco in fiducia e in un’attrazione magnetica tra i due ragazzi che non sembrano più volersi dividere. Arrivati al termine del loro viaggio insieme, Dylan proverà a sovvertire le regole del suo destino e del mondo di Tristan, pur di non perderlo.

 

C’era qualcosa di insolito nel modo in cui sedeva lì, una figura solitaria in un luogo isolato. Dylan non riusciva a immaginare come vi fosse arrivato, a meno che anche lui non fosse stato sul treno.

Ferryman è il primo volume di una trilogia fantasy young adult con una storia d’amore che va oltre la morte. 

Dylan è una ragazzina di quindi anni che rimane vittima di un incidente ferroviario e, quando si risveglia, si trova da sola con un ragazzo silenzioso e introverso di nome Tristan, il quale la convincerà a seguirlo in un cammino molto difficile. Ben presto Tristan le svelerà che in realtà lei è morta e lui è il suo traghettatore di anime, che ha il compito di proteggerla dai pericoli insidiosi della terra perduta e di accompagnarla dove vanno tutte le anime.

Lo stile di scrittura di Claire McFall è semplice e la narrazione scorre che è un piacere. L’autrice accompagna il lettore nello scenario cupo e lugubre della terra perduta, in cui i demoni non aspettano altro che rubare le anime ai traghettatori per cibarsene. 

Una delle cose che ho apprezzato del romanzo è proprio l’ambientazione, che ho trovato interessante e originale per la caratterizzazione di questo universo che si trova tra il mondo dei vivi e l’Aldilà.

Dylan ha tutti gli elementi della tipica protagonista dei young adult: impacciata, vittima di bullismo a scuola e con una situazione familiare disastrosa. Ammetto di non averla amata perché a tratti l’ho trovata infantile, con poco carattere e, personalmente, non apprezzo molto questa tipologia di personaggio. Altra cosa che mi ha lasciata perplessa è l’amore che prova la protagonista per il suo traghettatore. Questo suo affetto così forte da voler arrivare anche a prendere decisioni estreme e importanti pur di stare con lui, l’ho trovato ingiustificato e poco trattato, non si percepisce il motivo della crescita di questo sentimento, ma essendo che è solo il primo volume di una trilogia mi aspetto qualche spiegazione nei prossimi volumi. 

La trama è molto lineare, non ci sono colpi di scena e il tutto si sofferma molto su quello che provano i due protagonisti. Ho apprezzato particolarmente il silenzioso e impassibile Tristan, il quale sembra proprio lui affrontare un percorso di crescita che gli permette di avere più coscienza di se stesso. Il traghettatore è una figura che affascina subito perché il suo unico obiettivo è quello di portare al sicuro le anime, ma quando incontra Dylan inizia a provare sensazioni che non avrebbe mai pensato di provare. 

Personalmente mi aspettavo qualcosa di più da questo volume, ma essendo solo il primo capitolo di una trilogia, immagino che la storia prenda più consistenza nei prossimi volumi. Nonostante questo è un libro che mi ha intrattenuto e che ho letto velocemente.

Ferryman è una lettura leggera, scorrevole, che ti porta nei meandri oscuri della terra perduta e ti fa scoprire un mondo misterioso, insieme a un traghettatore di anime risoluto e al suo amore.

 

#Prodottofornitoda @FaziEditore

Il castello invisibile di Mizuki Tsujimura | Recensione

Il castello invisibile

 Mizuki Tsujimura

A tredici anni Kokoro trascorre le giornate nella sua stanza, affidando al brusio della televisione il compito di attutire i pensieri e i rumori della vita di fuori. Da quando le cose a scuola si sono fatte troppo difficili, e cosi che ha deciso di rispondere al disagio e al dolore. Scomparendo. Fino al giorno in cui una luce improvvisa dentro lo specchio la rapisce per trascinarla altrove: in un castello abitato da una strana Bambina e da sei ragazzi che come lei hanno smarrito qualcosa. L’innocenza dei sogni. Le istruzioni per vivere. Il coraggio che serve per accettare se stessi. Solo raccogliendo la sfida che la Bambina dalla faccia di lupo propone loro, Kokoro e gli altri potranno scoprire che cosa li ha portati fin lì. E ritrovare ognuno a suo modo la strada del mondo. 

 

Era così per ogni cosa.
Tutto quello che da principio le trasmetteva piacere o sollievo, presto o tardi finiva per apparirle inopportuno, senza bisogno che qualcuno la giudicasse o glielo facesse pesare. Dietro le regole che governavano il funzionamento del mondo c’era sempre un perché, un motivo in grado di giustificare la loro esistenza e validità. 

Un romanzo per ragazzi pieno di messaggi intensi e di fantasia come i film di Miyazaki.

Ci troviamo in Giappone, precisamente a Tokyo, dove il lettore conosce Kororo, una ragazzina di tredici anni che da un momento all’altro decide di non andare più a scuola e di chiudersi nella sua solitudine in casa. La protagonista fa i conti con i suoi disagi interiori e con il dispiacere e la preoccupazione dei suoi genitori. Un giorno, magicamente, lo specchio nella sua stanza si illumina e Kokoro decide di oltrepassarlo scoprendo un mondo fantastico con un castello. Ad accoglierla c’è una bambina con una maschera da lupo e altri sei ragazzini più o meno suoi coetanei. La “bambina lupo” (così chiamata) spiega ai nuovi arrivati che il mondo surreale in cui si trovano ha delle regole ben precise e che, entro un anno, hanno la possibilità di trovare una chiave, la quale dà accesso alla stanza dei desideri. Cosa a stuzzicare maggiormente la curiosità del lettore è che questi ragazzini hanno in comune una cosa: tutti hanno smesso di andare a scuola.

Se mi seguite sapete che amo la cultura orientale e ultimamente sto leggendo vari autori giapponesi e coreani, e dalle loro storie traspare sempre un mondo affascinante con dei punti focali che riconducono sempre alla loro società, indipendentemente dal genere della storia. 

Mizuki Tsujimura con uno stile semplice e chiaro racconta, nel romanzo Il castello invisibile, non solo l’avventura fantastica di questi ragazzini che si trovano in un mondo surreale, ma si sofferma su un fenomeno sociale purtroppo molto diffuso in Giappone che si chiama hikikomori. Con questo termine si indicano le persone, generalmente adolescenti, che decidono di chiudersi nelle loro camere e si rifiutano di affrontare la società. Ovviamente tutto parte da un disagio ed è proprio questo che affronta l’autrice con delicatezza, ma allo stesso tempo con estrema crudeltà, trattando del bullismo, della violenza fisica e psicologica, e di altre dinamiche molto delicate.

La narrazione scorre in modo fluido e il lettore segue tutta la vicenda dal punto di vista della tenera e introversa Kokoro, la quale cercherà di superare i suoi problemi e di fare nuove amicizie. Come la protagonista, anche gli altri ragazzini sono ben caratterizzati, ognuno di loro ha una propria storia, una propria identità e dei desideri. E quando sembra chiara e intuibile la linea della trama, ecco che arrivano dei colpi di scena originali che danno corpo alla classica atmosfera fiabesca di Miyazaki.

Una storia che salta tra fantasia e realtà, un mondo surreale che trascina il lettore in un’avventura magica con una base molto realistica e con un colpo di scena fiabesco.

#Prodottofornitoda @DeAPlanetaLibri

 

Il Dono di S. Pettersen | Review Party

Il Dono 

Siri Pettersen

Hirka si prepara ad incontrare la casa regnante di un mondo freddo e gerarchico, dominato dal disprezzo verso i deboli. Accetta suo malgrado il proprio destino, sperando in tal modo che Rime rimarrà in vita e Ymslanda sarà al sicuro. Ma la sete dei nati dalle carogne nei confronti del Dono è infinita, e Hirka deve riconoscere che la guerra che voleva fermare è inevitabile. Questa consapevolezza presto metterà alla prova tutto ciò in cui ha creduto e per cui ha lottato.

 

Il Dono era ciò che creava disuguaglianze presso quella società. Il Dono determinava il rango, e favoriva i Dreyri. Non era forse meglio che non ce l’avessero più? 

Siamo arrivati al termine di una delle saghe fantasy che più mi ha coinvolto non solo per l’originalità, ma anche per l’intreccio di trama. Trovate la video recensione sul canale youtube sia del primo volume La Figlia di Odino   (QUI)  e del secondo Il Maricume (QUI).

Anche in questa avventura abbiamo i due punti di vista alternati di Hirka e Rime. La prima si trova in un nuovo mondo, viene portata a Dreysil, la patria degli Orbi, un luogo freddo e selvaggio in cui vivono queste creature dalla  notevole resistenza e forza fisica. Hirka si trova in una nuova società in cui dovrà imparare le regole e le etichette, e incontrerà la sua famiglia, in particolar modo i genitori di Graal, ovvero i suoi nonni. 

Rime ritorna a Ymslanda, ma la situazione non è delle migliori dato che si è macchiato di omicidio e in più molti lo credono morto. A peggiorare la situazione è il Consiglio che sta cadendo sempre più in frantumi e l’imminente guerra tra i vari regni. Nonostante siano distanti e in due circostanze diverse, Hirka e Rime sono molto uniti e cercano di aiutarsi a vicenda.

Devo ammettere che ho preferito molto di più i primi due volumi, semplicemente perché ho notato un ritmo molto lento per almeno metà libro e questo l’ho riscontrata soprattutto nelle parti di Hirka.

Nonostante ciò, un personaggio mi è entrato nel cuore non solo per la sua caratterizzazione, ma soprattutto per l’evoluzione che ha nel corso della storia e sto parlando di Kolail, un Orbo che è si è macchiato di una grave colpa e che per questo viene etichettato come un “caduto”. Kolail è il tipico personaggio silenzioso, che preferisce l’azione alle parole, eppure anche i suoi silenzi li ho trovati carichi di significato in alcuni momenti.  

In questo terzo volume non mancano colpi di scena che mi hanno lasciato a bocca aperta. Siri Pettersen con uno stile scorrevole racconta in modo dettagliato della società degli Orbi, queste creature che vengono descritte in modo inquietante, ma allo stesso tempo riescono ad affascinare il lettore. Si conoscono i loro usi e costumi, e soprattutto si tratta dell’importanza del Dono. Interessante e avvincente è la vicenda passata di Graal e del suo rapporto con il fratello traditore, una storia che mi piacerebbe tanto leggere proprio in un volume a parte.

Prendendo in considerazione tutta la trilogia devo dire che il personaggio più riuscito tra Hirka e Rime è quest’ultimo, il quale da persona impeccabile e con un futuro roseo, muta comprendendo se stesso, accettando i lati oscuri che si celano nel suo cuore e non solo. Hirka è una protagonista che ho apprezzato di più nei primi due volumi per il suo coraggio e la sua  determinazione, ma anche in quest’ultimo capitolo ci riserva tante sorprese. 

La trilogia Raven Rings è una storia che riesce a coinvolgere fin dal primo capitolo, trascina il lettore in vari mondi e tra combattimenti, colpi di scena, profezie, riti, magie e intrighi, non mancano i sentimenti come l’amicizia e l’amore. 

#Prodottofornitoda @Multiplayer Edizioni