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I gatti non ridono di Kosuke Mukai | Recensione

Lo sceneggiatore alcolizzato Hayakawa ha ormai perso ogni ispirazione e trascina le sue giornate tra la casa e il bar in cui lavora la sua pseudo-ragazza. Ma questa routine è improvvisamente interrotta dalla telefonata della sua ex, Renko, regista di successo con cui anni addietro ha condiviso casa e lavoro, che gli chiede di andare a trovarla per dare un ultimo saluto a Son, il loro vecchio gatto, ormai prossimo a lasciare questo mondo. Nonostante Renko sia ora sposata con Miyata, e che questi mal sopporti il ritorno di Hayakawa nella vita della moglie, quest’ultimo si offre di aiutarli nel badare a Son, nella loro casa, affinché non resti mai da solo. Tra tuffi nel passato, considerazioni sulla propria vita e sulle scelte fatte o meno, questo rapporto a tre più l’amato gatto segnerà e cambierà le esistenze di tutti.

Autore orientale più gatto, per me è la combo perfetta!

Mi sono avvicinata a questo titolo un po’ “in punta di piedi”, non sapendo esattamente cosa aspettarmi.

Hayakawa è uno sceneggiatore insoddisfatto della sua vita che ha seri problemi con l’alcol. Un giorno viene contattato dalla sua ex fidanzata Renko, la quale lo informa che manca poco da vivere al loro gatto Son e quindi lo invita a casa per un ultimo saluto. Anche se un po’ restio, Hayakawa va a casa di Renko, dove vive con suo marito Miyata, e tra una parola e un’altra deciderà di fare assistenza al gatto quando i due coniugi non sono a casa, fino all’ultimo respiro di Son.

Partiamo con il dire che il protagonista non è il gatto, esso è il legame che determina alcune dinamiche, ma la storia parla principalmente di Hayakawa.

Il punto di connessione della storia è proprio Son, il gatto che è entrato un po’ per caso e un po’ prepotente nelle vite di Hayakawa e di Renko quando stavano insieme. Il felino si lega fin da subito alla ragazza e per questo motivo, nel momento della rottura con Hayakawa, Renko decide di portarlo via con sé.

In un’alternanza tra presente e passato, l’autore racconta la storia di Hayakawa.
Nelle scene passate il lettore scopre la storia della coppia protagonista, del loro rapporto, dei loro sogni, delle loro ambizioni, e anche dei momenti di crisi. Nel tempo presente Hayakawa dovrà vedersela con il taciturno e freddo Miyata, il quale, giustamente, non è molto felice di avere sempre in casa l’ex fidanzato di sua moglie.

Da amante dei gatti mi sono subito affezionata a Son, il quale è molto realistico, spesso nei suoi comportamenti ci ho rivisto quelli dei miei gatti. Per quanto riguarda i tre personaggi principali sono caratterizzati molto bene. Hayakawa si troverà a confrontarsi soprattutto con se stesso, cercando di riprendere in mano la sua vita, Renko è una donna che ha avuto alti e bassi e il suo porto sicuro è sempre stato Son. Mi è piaciuto anche molto il silenzioso e apparentemente freddo Miyata.

Ho apprezzato molto la descrizione del rapporto tra Renko e Son, quel rapporto quasi simbiotico che si instaura tra un animale e il proprio padrone.

I gatti non ridono è una storia delicata, dal tono dolce, che parla di vita, dell’amore tra un umano e il proprio animale, dei rapporti e della ricerca di se stessi con quel velo di malinconia tipico della narrazione giapponese.

Dove le ragioni finiscono di Li Yiyun | Recensione

Una madre e un figlio si parlano in un mondo senza tempo. Lei è una scrittrice, lui è Nikolai, il ragazzo sedicenne che si è tolto la vita pochi mesi prima. Le parole sono l’unica risorsa a cui la madre può attingere così da ridare vita al figlio, e portare avanti con lui le conversazioni toccanti, profonde, intime di quando era al mondo. Il ricordo di una poesia amata si lega a quello di una torta fatta in casa, la memoria di un viaggio dà corpo e colore ai luoghi visitati, i mirtilli sono la chiave d’accesso al bambino che è stato Nikolai. In un dialogo continuo, come un flusso di coscienza, le due voci raccontano una storia d’amore: quello assoluto che pretendono i figli, quello pieno di dubbi e di colpe che scorre nei genitori, e in fine quello fatale che li accomuna, l’amore che consuma chi va in cerca del senso ultimo dell’esistenza a costo di privarsene, nel corpo o nello spirito. Nato dall’esperienza drammatica vissuta dalla scrittrice, “Dove le ragioni finiscono” non è un romanzo ed è più di un memoir. Come in una tragedia greca, Yiyun Li ci avvicina alla sua storia, e ci consegna pagine così nitide da compiere il miracolo, quello di accompagnarci nell’abisso dell’indicibile per uscirne purificati, liberi, più forti.

 

Un romanzo delicato che tocca le corde più intime del lettore. 

Dove le ragioni finiscono è un romanzo che tratta di una madre che ha perso il figlio sedicenne. Fin dall’inizio la protagonista immagina di parlare, nella quotidianità, con il suo adorato Nikolai e nei dialoghi si affrontano discorsi come la paura e la solitudine. La madre sa bene che il figlio e le conversazioni non sono reali, ma frutto della sua immaginazione, eppure, il non voler accettare questa disgrazia la porta a “tenere con sé” suo figlio, che spesso rappresenta proprio la parte più razionale della protagonista. Nikolai più di una volta le ricorda che non è reale e le chiede per quanto ancora continuerà così.

Si tratta di scrittura, perché appunto la protagonista è un’autrice che spesso riflette sul significato delle parole, e si parla anche di passioni e ricordi. Questo ultimo aspetto permette di scoprire meglio il rapporto che c’era tra madre e figlio. 

L’autrice ha il potere di rendere questa storia intima, tosta per la tematica, ma con una penna delicata e malinconica. Il lettore si sente avvolto in una coperta confortevole, capace di “ovattare” la tragedia della storia. Da lettrice mi sono avvicinata “in punta di piedi” a questo libro che non è solo un romanzo, ma molto di più, perché Yiyun Li ha patito la stessa tragedia della protagonista. Sapendo questo, più volte mi è sembrato di leggere i pensieri non della protagonista, ma dell’autrice, e spesso le due figure si sono sovrapposte. 

Questo non è un romanzo avvincente, non aspettatevi colpi di scena o intrighi, ma preparatevi a immergervi in una confessione, una preghiera, un elogio alla parola scritta, un percorso di elaborazione del lutto che saprà toccare i punti più sensibili del vostro animo. 

#Prodottofornitoda @NNEditore

 

 

Klara e il Sole di Kazuo Ishiguro | Recensione

Seduta in vetrina sotto i raggi gentili del Sole, Klara osserva il mondo di fuori e aspetta di essere acquistata e portata a casa. Promette di dedicare tutti i suoi straordinari talenti di androide B2 al piccolo amico che la sceglierà. Gli terrà compagnia, lo proteggerà dalla malattia e dalla tristezza, e affronterà per lui l’insidia più grande: imparare tutte le mille stanze del suo cuore umano. Dalla vetrina del suo negozio, Klara osserva trepidante il fuori e le meraviglie che contiene: il disegno del Sole sulle cose e l’alto Palazzo RPO dietro cui ogni sera lo vede sparire, i passanti tutti diversi, Mendicante e il suo cane, i bambini che la guardano dal vetro, con le loro allegrie e le loro tristezze. Ogni cosa la affascina, tutto la sorprende. La sua voce, così ingenua ed empatica, schiva e curiosa quanto quella di un animale da compagnia, appartiene in realtà a un robot umanoide di generazione B2 ad alimentazione solare: Klara è un modello piuttosto sofisticato di Amico Artificiale, in attesa, come la sua amica Rosa e il suo amico Rex, e tutti gli altri AA del negozio, del piccolo umano che la sceglierà. A sceglierla è la quattordicenne Josie. E fin dalla sua prima visita al negozio, nonostante l’ammonimento di Direttrice sulla volubilità dei bambini, Klara sente di appartenerle, e per sempre. Josie è una ragazzina vivace e sensibile, ma afflitta da un male oscuro che minaccia di compromettere le sue prospettive future. Per lei Klara è pronta ad affrontare la brusca autorevolezza di una madre cupa e indecifrabile, l’ostilità spiccia di Domestica Melania e gli scherzi cattivi dei compagni speciali che frequentano con Josie gli «incontri di interazione», e che mal sopportano i diversi. Quando la malattia di Josie colpisce più duramente, Klara sa che cosa fare: deve trovare colui da cui ogni nutrimento discende e intercedere per la sua protetta, anche a costo di qualche sacrificio; deve impegnarcisi anima e corpo, come se anima e corpo avesse.

Una storia che con delicatezza affronta temi importanti e pone al lettore una domanda: può un’intelligenza artificiale comprendere i sentimenti umani?

Il lettore conosce Klara, un robot umanoide che si nutre di energia solare. Il suo obiettivo è quello di sostenere e di provvedere ai bisogni del suo amico umano. Un giorno viene scelta da Josie, una ragazzina che purtroppo ha una malattia che non le rende la vita semplice. Sarà compito di Klara aiutarla. 

La storia è vista dal punto di vista di Klara, un robot che si limita ad analizzare ogni aspetto umano. La protagonista ha una grande sensibilità nel cogliere le sfumature delle emozioni umane, e ho trovato affascinante e a volte simpatico il modo in cui si approccia alle situazioni. Klara sembra una bambina, e come tale cerca di fare sue le esperienze, al fine di provvedere al meglio ai bisogno di Josie. 

Lo stile di Ishiguro è descrittivo, ma scorrevole. I particolari dell’ambientazione, della società in cui si muovo i personaggi, si scoprono mano, mano. L’autore dissemina tasselli di informazioni tra i capitoli per poi arrivare a metà libro dove si ha ben chiaro il quadro della situazione. 

Per la maggior parte del libro Klara ha un ruolo passivo, si limita a osservare e si scopre che non solo la vita di Josie è problematica per la sua malattia, ma anche per la sua situazione familiare. Grande amico e anche amore della piccola umana di Klara è Ricky, un ragazzino che però viene emarginato dalla società perché non è “potenziato” come Josie e i compagni che frequenta. Ci troviamo in una società in cui i ragazzi potenziati hanno la prospettiva di una vita soddisfacente e brillante, futuro che non si prospetta per Ricky, il quale non rientra in questa categoria. 

Durante la lettura mi sono chiesta più volte “perché il titolo Klara e il Sole?”, all’inizio pensavo perché la protagonista si alimenta dei raggi solari, ma addentrandomi nella lettura si scopre che il sole ha più livelli di interpretazione: a volte ha una visione poetica, altre viene visto come una semplice stella, altre ancora ha una valenza divina. 

La storia scorre, anche se ci sono pause e momenti di riflessioni, ma tutto ciò ha un senso, essendo che Klara si trova ad assimilare le situazioni che vive. Klara e il Sole è una storia lenta, intima che al termine della lettura vi lascerà sulle labbra un sorriso pieno di malinconia.

#Prodottofornitoda @Einaudi

Namamiko. L’inganno delle sciamane di Enchi | Recensione

Pubblicato in Giappone per la prima volta nel 1965, L’inganno delle sciamane mette in scena, nei palazzi splendidamente adornati e carichi di segreti della corte del periodo Heian, l’indimenticabile storia d’amore tra l’Imperatore Ichijō (980-1011) e la sua Prima Consorte Teishi, e la sottile lotta politica messa in atto dal potente Cancelliere Michinaga per dividerli. La strategia dell’alto funzionario passerà per il corpo e per le labbra di ingannevoli sciamane, due sorelle che loro malgrado diverranno potenti guardiane di verità e menzogne, nonché autentico cuore di una storia memorabile che ha attraversato i secoli fino a giungere a noi grazie alla limpida scrittura di Fumiko Enchi. Attraverso un intreccio sul limitare tra verità storica e romanzo, in un ordito delicato e potente, Namamiko monogatari viene consegnato ai lettori contemporanei come un’esperienza letteraria di rara intensità.

Namamiko è stata una storia che mi ha intrattenuto e incuriosito, ma devo ammettere che ho fatto anche un bel po’ di fatica durante la lettura.

Pubblicato in Giappone per la prima volta del 1965, Namamiko – L’inganno delle sciamane racconta della storia d’amore, ambientata nel periodo Heian, tra  l’imperatore  Ichijō e la sua Prima Consorte Teishi, ma attenzione perché la trama non si focalizza sulla semplice relazione tra i due consorti, ma si evolve in uno scenario politico molto più ampio.

Tutto parte con l’imperatore Ichijō che sale al potere in età giovanissima e prende in sposa, come sua prima consorte,  Teishi, figlia dell’importante Ministro Michitaka. Teishi è di qualche anno più grande di Ichijō e all’inizio il ragazzo si sente in imbarazzo dinanzi alla bellezza della sua consorte, ma mano, mano che il tempo passa, il rapporto si evolve tramutandosi in amore. Le cose cambiano quando muore Michitaka e cerca di prendere il potere suo fratello Michinaga. Da qui si innescano una serie di trame politiche, partendo dai fratelli di Teishi che cercano di contrastare l’avanzata dello zio, alle cospirazioni della madre dell’imperatore Ichijō che detesta Teishi.

Nella prima parte del romanzo Fumiko Enchi racconta di come si è avvicinata a questa storia e ai testi ai quali attinge per poi realizzare un romanzo che rappresenta alcuni fatti storici e altri un po’ romanzati. Per gran parte della lettura si ha più la sensazione di leggere un saggio che un classico romanzo di narrativa, proprio perché vengono anche trascritti alcuni passi presi da altri testi.

Ciò che mi ha creato un po’ di problemi durante la lettura non è tanto la struttura del libro, quanto la difficoltà nel fissare per bene i personaggi. Anche se all’inizio del testo vi è un piccolo elenco che riassume i personaggi, ma ho veramente fatto molta fatica nel seguire tutti gli sviluppi e soprattutto nel tenere bene a mente queste figure. Nonostante questo problema, che è ovviamente un aspetto molto soggettivo, devo dire che la storia è riuscita a tenermi incollata alle pagine.

Ammetto di non essere preparata da un punto di vista storico, però ho apprezzato molto gli intrighi politici, di come Michinaga tenta in tutti i modi di distruggere il rapporto d’amore tra Ichijō e Teishi per far entrare nelle grazie dell’imperatore sua figlia. E Michinaga è disposto a usare qualsiasi mezzo per raggiunge il suo obiettivo, anche utilizzare sciamene e finte possessioni. Il libro si sofferma molto sulle dinamiche della lotta al potere, questo è anche un aspetto che mi porta a dire che si tratta più di un saggio che di un romanzo.

Nel complesso se siete affascinati dalla storia classica giapponese e avete voglia di tuffarvi negli intrighi di corte, è un libro che vi appassionerà!

 

 

Basta un caffè per essere felici di Kawaguchi | Recensione

L’aroma dolce del caffè aleggia nell’aria fin dalle prime ore del mattino. Quando lo si avverte, è impossibile non varcare la soglia della caffetteria da cui proviene. Un luogo, in un piccolo paese del Giappone, dove
si può essere protagonisti di un’esperienza indimenticabile. Basta entrare, lasciarsi servire e appoggiare le labbra alla tazzina per vivere di nuovo l’esatto istante in cui ci si è trovati a prendere una decisione sbagliata. Per farlo, è importante che ogni avventore stia attento a bere il caffè finché è caldo: una volta che ci si mette comodi, non si può più tornare indietro. È così per Gotaro, che non è mai riuscito ad aprirsi con la ragazza che ha cresciuto come una figlia. Yukio, che per inseguire i suoi sogni non è stato vicino alla madre quando ne aveva più bisogno. Katsuki, che per paura di far soffrire la fidanzata le ha taciuto una dolorosa verità. O Kiyoshi, che non ha detto addio alla moglie come avrebbe voluto. Tutti loro hanno qualcosa in sospeso, ma si rendono presto conto che per ritrovare la felicità non serve cancellare il passato, bensì imparare a perdonare e a perdonarsi. Questo è l’unico modo per guardare al futuro senza rimpianti e dare spazio a un nuovo inizio.

 

La gente mente per le ragioni più disparate. Certe bugie si dicono per presentarsi sotto una luce migliore, più interessante, oppure per ingannare gli altri. Le bugie possono far male, ma possono anche salvare la pelle. Qualunque sia il motivo, di solito alla fine ci si pente sempre di aver detto una bugia.

Se mi seguite sapete che ho amato “Finché il caffè è caldo”, primo volume di questa serie scritto da Kawaguchi e, a poco tempo di distanza, ecco uscire il secondo volume “Basta un caffè per essere felici”.

Si ritorna nell’antica caffetteria giapponese dove è possibile andare indietro nel tempo, in un dato momento della nostra vita, ma per fare questo ci sono delle regole da rispettare per non perdere se stessi.

Come nel primo volume, anche questo secondo libro si sviluppa in più racconti, a fare da sfondo è questa antica caffetteria con gli stessi proprietari che impariamo a conoscere maggiormente. Il lettore scopre il lato paterno del burbero Nagare e il trauma che porta dentro di sé la silenziosa e introversa Kazu.

I racconti sono ben bilanciati, colmi di messaggi importanti che è bene ricordare soprattutto in questo periodo storico che stiamo vivendo. La cosa che apprezzo dello stile di Kawaguchi è che riesce a rendere armoniosi i racconti dando la sensazione di leggere un classico romanzo.

Come in ogni raccolta di racconti che si legge ci sono sempre quelli che  catturano di più e altri di meno, alcuni mi hanno anche commossa. Ritornano vecchie conoscenze del primo volume, si incontrano nuovi personaggi ai quali il lettore alla fine si affeziona perché il potere di Kawaguchi è quello di far provare empatia per ogni storia che narra. 

Se devo essere sincera ho preferito di più il primo volume Finché il caffè è caldo a questo, semplicemente perché ho trovato alcuni passaggi un po’ forzati, ma a parte questo è stata una lettura piacevole e per me promossa.

Un romanzo che parla di rimorso e di paura, ma anche di speranza e accettazione.

#Prodottofonirtoda @Garzanti

Azami di Aki Shimazaki | Recensione

Il trentaseienne Mitsuo Kawano si divide tra la famiglia e il lavoro di redattore in una rivista d’attualità, e per compensare l’inesistente vita sessuale con Atsuko, la madre dei suoi figli, frequenta locali a luci rosse. Un giorno incontra per caso Goro Kida, un ex compagno di classe diventato presidente dell’azienda di famiglia, che lo invita a trascorrere una serata in un lussuoso club. Lì lavora come entraîneuse la bella e misteriosa Mitsuko, un’altra ex compagna di classe, il primo amore segreto di Mitsuo, la ragazza che nel suo diario chiamava “Azami”, come il fiore del cardo. I ricordi riaffiorano e ben presto tra i due nasce una relazione in cui Mitsuo riscopre una passionalità inattesa e totalizzante. Tuttavia, l’apparente equilibrio tra la quotidianità e gli incontri furtivi è destinato a incrinarsi per mano dell’intrigante Goro Kida… Coincidenze e simbologie impreziosiscono l’evocativa scrittura dell’autrice, dalla radice dei nomi di Mitsuo e Mitsuko – che racchiude l’idea dell’appagamento, benché nessuno dei due sia soddisfatto della propria vita – al fiore del cardo, un fiore bello ma pieno di spine, emblema dell’indipendenza e della vendetta. Nelle pagine di Azami, primo romanzo di una pentalogia, Aki Shimazaki racconta di una famiglia come tante, dipingendo sentimenti intimi, rapporti lacerati vissuti nell’ombra e nella menzogna.

Con uno stile scorrevole e semplice, Aki Shimazaki racconta la storia di un trentaseienne che ha una moglie devota, dei bellissimi bambini e una posizione di tutto rispetto in una rivista d’attualità. Mitsuo sembra avere una vita perfetta, è un grande lavoratore e si dimostra essere una persona affettuosa e premurosa con la sua famiglia. Ciò che va a incrinare il suo umore è il fatto di non avere più rapporti intimi con la moglie, ma tutto cambia quando incontra, per caso, la sua vecchia compagna di classe: la bella e misteriosa Mitsuko.

Azami è il primo volume di una pentalogia e sono rimasta piacevolmente colpita dallo stile dell’autrice che, con una storia lineare, è riuscita a intrattenermi e a conquistarmi. 

Shimazaki racconta una storia che parla di infelicità, di tradimenti, di desiderio, di dovere e di reputazione. Quest’ultimo è un punto essenziale che fa da colonna portante per la società orientale. 

La storia è intima e introspettiva, vista dal punti di vista del protagonista che mi ha messo più di una volta in crisi durante la lettura. In alcune circostanze ho provato pena per Mitsuo, altre volte rabbia. Il tradimento è una cosa che non concepisco, ma nonostante questo sono andava avanti nella storia, curiosa di sapere l’autrice dove voleva andare a parare. 

Nel romanzo compare un altro personaggio importante, Goro, un vecchio compagno di classe di Mitsuo, il quale sarà la chiave del primo incontro tra la coppia principale della storia. Ho apprezzato la caratterizzazione di Goro e di Mitsuko, anche se avrei preferito approfondire maggiormente questi due personaggi. 

Un romanzo piccolo e veloce che ti cattura con lo stile di scrittura e, con una trama lineare, ti vincola alle pagine fino alla fine. 

Il gatto che voleva salvare i libri di Sosuke Natsukawa | Recensione

La libreria Natsuki è un luogo speciale: un negozio polveroso e solitario, dove gli amanti della lettura possono trovare, tra le pagine dei grandi capolavori di tutto il mondo, un’oasi di pace, un rifugio lontano dal frastuono della quotidianità. Quando il proprietario, uomo colto e appassionato, muore improvvisamente, il nipote Rintaro, un ragazzino timido e introverso, eredita la libreria. Il nonno si è preso cura di lui dopo la morte di sua madre e, ora che è scomparso, Rintaro deve imparare a fare a meno della sua saggezza dolce e pacata. La libreria è sull’orlo del fallimento: un’eredità pesante per il ragazzo, anche perché i segnali dal mondo sono piuttosto scoraggianti: poca gente è davvero interessata alla lettura. Un giorno, mentre Rintaro si crogiola malinconico nel ricordo del nonno, entra in libreria un gatto parlante. Nonostante le iniziali perplessità del ragazzino, il gatto lo convince a partire per una missione molto speciale: salvare i libri dalla loro scomparsa. Inizia così la storia di un’amicizia magica: un’avventura che li porterà a percorrere quattro diversi labirinti per risolvere altrettante questioni esistenziali sull’importanza della lettura e sulla forza, infinita e imperscrutabile, dell’amore. Una favola dei nostri tempi, un’ode straordinaria al potere del libro e dell’immaginazione.

 

Un viaggio surreali dalle tinte orientali. 

Rintaro è un ragazzino delle superiori timido e introverso ed è anche un Hikikomori, ovvero un ragazzo che si chiude in se stesso, non volendo alcun contatto con la società che lo circonda. Le cose per Rintaro cambiano quando il nonno muore e così eredita la sua antica libreria che è ormai in fallimento. Una sera, il protagonista incontrerà Tora, un gatto che lo trascinerà in una missione: salvare i libri. 

Con uno stile delicato e scorrevole, Natsukawa non si limita solo a raccontare un’avventura surreale con un protagonista che cresce e si evolve capitolo dopo capitolo, ma l’autore va a sviscerare il significato dell’amore per i libri. 

Il ritmo l’ho trovato un po’ lento per i miei gusti, ma ho apprezzato i tanti spunti di riflessione inerente all’essere un lettore e al concetto dell’amore per i libri, i quali vengono sempre più considerati come un bene materiale, degli oggetti da possedere.

Non sono entrata molto in empatia con Rintaro, ma ho apprezzo il suo viaggio e la sua crescita. Al termine della storia abbiamo un protagonista più consapevole di ciò che gli piace e di ciò che vuole fare. La storia si alterna tra l’avventura surreale e i disagi scolastici del protagonista, il tutto con la presenza attenta del gatto Tora.

Un romanzo delicato e interessante che appassionerà sicuramente tutti coloro che amano la lettura. 

#prodottofornitoda @mondadori

Il demone dai capelli bianchi di Edogawa Ranpo | Recensione

Il giovane Omuta Toshikiyo è l’uomo più ricco della città giapponese di S. È sposato con una donna bellissima che è riuscita a fargli superare la sua naturale misoginia e ha un caro amico, bello e spiantato. Un giorno Toshikiyo cade da una rupe e muore. Riaprirà gli occhi in una bara, trasformato in un demone tornato dall’Inferno e, una volta evaso dalla tomba di famiglia, scoprirà che la sua precedente vita non era affatto idilliaca come sembrava ma nascondeva molti inganni. Crollata ogni certezza, decide di dare inizio alla sua vendetta, ispirandosi al nume tutelare di Edmond Dantès, Conte di Montecristo, e guidato da un forte istinto di giustiziere. Edogawa Ranpo, autore di culto anche in Occidente, ha dato vita a un’opera lucida e spietata come un revenge movie del cinema orientale e insieme debitrice al gotico e al noir di Marie Corelli e Edgar Allan Poe, creando un ibrido letterario ricco di fascino, profondamente perturbante.

 

In questo momento, di fronte a me, quel brav’uomo del professore del carcere attende sornione l’inizio della mia lunga storia. Di fianco, invece, un abile stenografo è intento a temperare la matita, pronto a scattare al primo movimento delle mie labbra. […] Sì, sono uno spietato assassino!

Il demone dai capelli bianchi (pubblicato la prima volta nel 1932) è un romanzo che ha dei chiari riferimenti al classico de Il Conte di Montecristo. Il protagonista è il visconte Omuta, uomo che possiede una grande fortuna e che ha una profonda amicizia con Kawamura. I due giovani condividono tutto, vivono quasi in simbiosi. Quando Omuta si innamora perdutamente della bellissima Ruriko, sembra aver trovato la felicità assoluta, ma durante una scampagnata insieme alla giovane moglie e al fidato amico, il protagonista viene coinvolto in un incidente. Omuta si risveglierà dopo cinque giorni nella tomba di famiglia e, una volta compreso il tradimento da parte delle persone più importanti della sua vita, deciderà di crearsi una nuova identità per seguire il sentiero della vendetta. 

Edogawa Ranpo era un grande amante della letteratura occidentale e anche se  per almeno metà libro la trama è abbastanza prevedibile, per il riferimento evidente al Conte di Montecristo, la storia mi ha coinvolta con l’ambientazione noir e spesso grottesca. Con uno stile fluido, il lettore segue il racconto del protagonista. 

Omuta si racconta, sembra quasi di averlo al nostro fianco, mentre svela i suoi pensieri e riflette sulle sue azioni, spesso raccapriccianti. Il lettore non può fare altro che leggere (e ascoltare) le sue parole.

Ho trovato ben costruita la caratterizzazione dei personaggi: l’evoluzione estrema, ma anche molto realistica di Omuta, la brama di Kawamura e l’ambizione e la vanità di Ruriko. Un trio che rappresenta bene alcuni lati oscuri del genere umano. 

Il demone dai capelli bianchi è un viaggio nella psicologia di un uomo che evolve i suoi pensieri ottusi quando raggiunge la felicità, per poi mutare completamente nel momento in cui viene ferito. Vendetta, rimorso, rancore, avidità e ambizione, questi sono gli elementi portanti di questo romanzo.