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Hunger Games – Ballata dell’usignolo e del serpente di Collins | Recensione

Hunger Games – Ballata dell’usignolo e del serpente 

Suzanne Collins

È la mattina della mietitura che inaugura la decima edizione degli Hunger Games. A Capitol City, il diciottenne Coriolanus Snow si sta preparando con cura: è stato chiamato a partecipare ai Giochi in qualità di mentore e sa bene che questa potrebbe essere la sua unica possibilità di accedere alla gloria. La casata degli Snow, un tempo potente, sta attraversando la sua ora più buia. Il destino del buon nome degli Snow è nelle mani di Coriolanus: l’unica, esile, possibilità di riportarlo all’antico splendore risiede nella capacità del ragazzo di essere più affascinante, più persuasivo e più astuto dei suoi avversari e di condurre così il suo tributo alla vittoria. Sulla carta, però, tutto è contro di lui: non solo gli è stato assegnato il distretto più debole, il 12, ma in sorte gli è toccata la femmina della coppia di tributi. I destini dei due giovani, a questo punto, sono intrecciati in modo indissolubile. D’ora in avanti, ogni scelta di Coriolanus influenzerà inevitabilmente i possibili successi o insuccessi della ragazza. Dentro l’arena avrà luogo un duello all’ultimo sangue, ma fuori dall’arena Coriolanus inizierà a provare qualcosa per il suo tributo e sarà costretto a scegliere tra la necessità di seguire le regole e il desiderio di sopravvivere, costi quel che costi.

Ciò che tutto Panem un giorno avrebbe saputo.
Cioè che era inevitabile.
Gli Snow si posano in cima. 

Da amante della trilogia di Hunger Games come non leggere l’attesissimo prequel? 

Hunger Games – ballata dell’usignolo e del serpente è ambientato dieci anni dopo la grande guerra che ha visto i distretti ribellarsi e il distretto 13 raso al suolo. Il protagonista indiscusso è uno Snow diciottenne che ha perso non solo i genitori, ma anche tutte le sue ricchezze e tenta di mantenere nascosto il suo stato economico agli abitanti di Capitol City. In questa decima edizione degli Hunger Games, Snow riveste il ruolo di mentore di una ragazza del distretto 12: Lucy Gray. 

Ho vissuto la lettura con alti e bassi. Mi è piaciuto tantissimo ritrovare l’ambientazione ansiosa e claustrofobica degli Hunger Games, giochi che iniziano a cambiare e ad assomigliare a quelli che conosciamo con la classica trilogia. Prima non c’erano le scommesse, non c’erano i mentori, ora ci sono. Tutto questo perché gli abitanti iniziato a perdere interesse per questi giochi feroci e si cerca un modo per tenere tutti incollati a questo spettacolo crudele e lugubre, al fine di non dimenticare chi detta le regole in questa società. 

Da un punto di vista stilistico ho apprezzato la maturazione dell’autrice. Mi sono affezionata a quasi tutti i personaggi che ho trovato ben caratterizzati, ognuno con le proprie sfaccettature. Ho adorato fin dall’inizio Seianus, un ragazzo di Capitol che viene dal Distretto 2, la cui vita è comandata da un padre troppo attento alla sua posizione e ai soldi. Seianus è quel personaggio che vorrebbe cambiare il presente, ma non sa come farlo, spesso la sua impulsività lo porta a compiere sciocchezze, ma è proprio per questo che l’ho adorato perché è molto realistico in questa ambientazione distopica. 

Personalmente due cose non ho molto apprezzato di questo romanzo: la relazione sentimentale che ho trovato molto scontata e banale, e l’evoluzione di Snow. 
Lo Snow che il lettore scopre nelle prime pagine è lo stesso Snow che ritroverà alla fine, solo consapevole della strada da prendere. Personalmente mi aspettavo più pathos, più azione, più adrenalina nella genesi di questo cattivo enigmatico, ma tutte le aspettative che avevo sono state deluse da questo punto di vista.

Resto dell’idea che la classica trilogia Hunger Games è sicuramente migliore per colpi di scena e complessità della trama, ma il prequel La ballata dell’usignolo e del serpente è stata comunque una piacevole lettura. Il finale mi ha lasciata un po’ perplessa, che la Collins abbia lasciato una piccola porta aperta per un seguito?  

 

La principessa Baciarospi di Garth Nix | Recensione

La principessa Baciarospi 

Garth Nix

L’ultima cosa di cui ha bisogno è un principe… ancor peggio se tramutato in rospo! La Principessa Anya è in fuga dal Duca Rikard, malvagio patrigno che vuole eliminarla per impossessarsi del Regno. Insieme a una stramba compagnia che include un cane parlante, un ragazzino-tritone e un principe tramutato in rospo, Anya cerca alleati per sconfiggere il Duca e salvare il Regno.

In genere i principi respinti se ne tornavano a casa a scrivere poesie illeggibili e a rimuginare davanti al camino. O scoprivano che anche a loro piaceva qualcun’altra. O venivano mangiati da un drago. Comunque, che fossero a casa a scrivere pessime poesie o nello stomaco di qualche creatura, non tornavano mai.

Un libro ironico e avventuroso. 

La principessa Biaciarospi narra di Anya, principessa di Trallonia che ha non solo una matrigna, ma anche un patrigno. Il personaggio pericoloso tra i due è proprio quest’ultimo, il Duca Rikard, uno stregone che vuole impossessarsi del regno. Tutto parte con la sorella maggiore di Anya che si dispera perché il patrigno ha tramutato in un rospo il suo principe. La nostra protagonista partirà per cercare gli ingredienti al fine di creare un burrocacao magico per ritrasformare il rospo in principe e cercherà alleati per combattere contro Rikard. 

Una storia divertente e avvincente, Anya è una protagonista ironica, intelligente e altruista. Nella cornice fiabesca compaiono streghe, druidi, ladri, tritoni… e non mancano battute sarcastiche e prese in giro  al classico mondo delle fiabe. Qui la principessa è una vera guerriera che non si perde d’animo al primo problema, ma si alza con le sue sole forze per puntare al suo obiettivo. 

I personaggi sono ben caratterizzati a partire da Ardent, il Cane Reale che segue le avventure della principessa fin dall’inizio, e ho apprezzato particolarmente il carattere forte, ma allo stesso tempo fragile, del ladro Shrub, un ragazzino che è stato tramutato in un tritone. 

La trama ha le classiche tematiche come il viaggio, la ricerca di se stessi, l’amicizia e ho trovato geniali alcuni elementi fantastici inseriti da Nix che ha uno stile scorrevole e semplice. 

Un libro che mi ha tenuto compagnia in questo periodo di quarantena, anche se, al termine della lettura, ho avuto la sensazione che mancasse quel qualcosa in più per rendere questo libro ancora più coinvolgente. Per chi è interessato alla storia d’amore vi avviso che qui non c’è, il tutto è focalizzato su Anya, su come affronta le difficoltà e su come impara ad assumersi le proprie responsabilità.

Se avete voglia di una storia avventurosa, fiabesca ma non troppo, che prenda un po’ in giro il mondo delle favole, vi consiglio La Principessa Biaciarospi. 

Un’estate con la Strega dell’Ovest di Kaho Nashiki | Recensione

Un’estate con la Strega dell’Ovest 

Kaho Nashiki

Mai ha tredici anni e non vuole più andare a scuola. La madre, preoccupata, decide di mandarla a stare dalla nonna per un po’, in una bella casetta nella campagna giapponese sul limitare dei monti. La nonna è una signora inglese ormai vedova, arrivata in Giappone molti anni prima e rimasta lì per amore. Sia Mai che la madre si riferiscono a lei come la “Strega dell’Ovest”, ma nel momento in cui la nonna le rivela di possedere realmente dei poteri magici, Mai rimane incredula e diffidente. Quando però le propone di affrontare il duro addestramento da strega, accetta senza esitazioni. Immerse nella natura incontaminata del Giappone più remoto, nonna e nipote passano insieme settimane meravigliose in raccoglimento, lontane dalla frenesia della vita di città, a lavorare nell’orto, raccogliere erbe selvatiche e cucinare, oltre a dedicarsi, naturalmente, a quelli che sono, secondo la nonna, i rudimenti di base per una giovane strega. A questa storia catartica e rivelatrice, negli anni, l’autrice ha voluto aggiungere tre brevi racconti che ne riprendono i personaggi e l’ambientazione e che proponiamo fedelmente nella presente edizione.

Quel mese e poco più in cui la mamma le aveva rivelato, seria in volto, che sì, la nonna era una strega vera, e da allora, quando erano sole, aveva cominciato a chiamarla Strega dell’Ovest. 

Una fiaba con sfumature orientali che aiuta a crescere. 

Nashiki racconta la storia di Mai, una ragazzina di tredici anni molto sensibile, che all’improvviso si rifiuta di andare a scuola. La madre decide di farle passare del tempo con la nonna, una donna inglese sbarcata in Giappone per amore. Così, Mai passerà del tempo con colei che viene chiamata la “Strega dell’Ovest” e, grazie a sua nonna, inizierà l’addestramento per diventare una strega. 

Una favola dolce, delicata e fiabesca. In un’ambientazione realistica con delle sfumature surreali, Nashiki racconta la storia di una ragazzina che ha problemi a scuola, che inizia a chiudersi in se stessa e va a somatizzare il suo disagio. Quando la madre la porta dalla nonna, Mai inizia a guardare il mondo con occhi diversi. 

Lo stile dell’autrice è scorrevole e semplice. Non si sofferma su descrizioni superflue e rende palpabile le emozioni della piccola Mai, trasmettendole facilmente  al lettore. 

Si parla di responsabilità, di regole, di sentimenti, di magia e di morte. La nonna risponde ai quesiti sulla vita di Mai in modo genuino e delicato. Ho adorato il rapporto affettuoso e magico tra nipote e nonna, spesso la lettura mi ha rievocato momenti che passavo con la mia di nonna, che da piccola consideravo un po’ magica, ma alla fine non è così? Tutti i nonni hanno la capacità di trasmettere un pizzico di magia ai nipoti, chi più e chi meno. Si parla di un racconto lungo, ma pur sempre un racconto. La storia è semplice e lineare, non ci sono colpi di scena o particolari intrecci, ma è intima ed emozionante. 

Un’estate con la Strega dell’Ovest è una storia che vi conquisterà e vi trascinerà nella campagna giapponese, regalandovi delle piacevoli ore di lettura. 

Le notti bianche di Dostoevskij | Recensione

Le notti bianche

Dostoevskij

Un giovane sognatore, nella magia vagamente inquieta delle nordiche notti bianche, incontra una misteriosa fanciulla e vive la sua “educazione sentimentale”, segnata da un brusco risveglio con conseguente ritorno alla realtà. Un Dostoevskij lirico, ispirato, comincia a riflettere sulle disillusioni dell’esistenza e dell’amore nell’ultima opera pubblicata prima dell’arresto e della deportazione, esperienze che modificheranno in maniera radicale e definitiva la sua concezione dell’uomo e dell’arte. In questa edizione, al celebre racconto viene affiancata la visione “diurna” di Pietroburgo contenuta nei feuilletons che compongono la Cronaca di Pietroburgo, vero e proprio laboratorio per la scrittura dostoevskiana. Lo stretto legame tra pubblicistica e letteratura, che accompagnerà Dostoevskij negli anni della maturità, viene così a manifestarsi fin quasi dal suo esordio.

All’improvviso m’era sembrato che tutti volessero abbandonare me,  solitario, e che tutti da me s’allontanassero. Certo chiunque si sentirà in diritto di chiedere: chi sono mai questi tutti? Poiché ormai sono otto anni che vivo a Pietroburgo e non sono stato in grado di intrecciare quasi nessuna relazione. Ma a che mi servono le relazioni? 

Mi sono approcciata alla letteratura russa con Bulgakov (con Il maestro e Margherita), autore che non ho molto apprezzato, quindi mi sono avvicinata con molta cautela a Dostoevskij, pensando di trovare uno stile simile al suo collega. 

Le notti bianche è una storia magica e surreale. 

L’autore narra di un protagonista solo, ma che non vede la sua solitudine come un qualcosa di negativo, semplicemente si è adattato e ha imparato a osservare tutto ciò che gli capita intorno, ad ascoltare e a riflettere. Il mondo del giovane sognatore, che ha sempre vissuto una vita tranquilla e senza sconvolgimenti, viene travolto dall’incontro di una giovane donna. Così la  solitudine viene spazzata via dal desiderio e dall’amore che prova il protagonista per Nasten’ka.

Il lettore riesce facilmente a empatizzare  con il protagonista, il quale mantiene una linea coerente e di crescita: esce dal gusto di solitudine, viene trascinato nel vortice dell’amore per poi cadere nel baratro della realtà. 

Dostoevskij propone al lettore una storia delicata con uno stile poetico. La trama è lineare e l’ambientazione che crea l’autore è magica e surreale. Ho adorato lo stile, anche se ci sono alcune parti che, personalmente, ho trovato un po’ prolisse.

Le notti bianche non è solo una storia che parla di amore, ma tratta di solitudine, di sogni e di realtà nell’incantevole cornice innevata di Pietroburgo. 

Il canto dell’usignolo di Hearn | Recensione

Il canto dell’usignolo. La saga degli Otori: 1

Lian Hearn

In un Giappone medievale mitologico, il giovane Takeo cresce in seno a una comunità pacifica che condanna la violenza ma che sarà massacrata dagli uomini di Iida, il signore del clan dei Tohan. Takeo è salvato dal nobile Shigeru, del clan degli Otori, si troverà al centro delle lotte sanguinarie tra i signori della guerra e dovrà arrendersi al proprio destino. Ma chi è davvero Takeo? Contadino, nobile o assassino? Da dove arrivano i suoi prodigiosi poteri? In un mondo fuori dal tempo, dominato da codici d’onore e da rigidi rituali di una tradizione millenaria, Takeo incontrerà per la prima volta l’amore: dovrà forse scegliere tra quest’amore, la sua devozione al nobile Shigeru e il suo desiderio di vendetta? La sua ricerca lo condurrà fino alla fortezza di Inuyama, a camminare sul “pavimento dell’usignolo”. Ma quella notte l’usignolo canterà?

E poi, a voce alta, lesse per me: «Il Clan Otori dà il benvenuto ai giusti e ai leali. Gli ingiusti e gli sleali stiano in guardia».
Sotto i caratteri era inciso lo stemma, raffigurante un airone.

La saga degli Otori è il primo volume di una serie orientale, ambientato in un Giappone feudale e immaginario. 

Protagonista indiscusso è Takeo, un ragazzo di sedici anni che fa parte del Clan degli Occulti. Quando il suo villaggio viene attaccato dal Clan Tohan, Takeo trova rifugio e protezione da Shigeru, erede del Clan Otori. 

Da questo momento in poi Takeo cambia identità e da ragazzo pacifico, nato e cresciuto in un Clan che rifiuta ogni tipo di violenza, ecco che si trova ad apprendere tutto ciò che riguarda la lotta, la guerra e la strategia. Ma Takeo non è un comune ragazzino perché ha delle abilità speciali. 

Il lettore segue anche le vicende di Kaeda, una quindicenne tenuta in ostaggio nel castello di Noguchi, un importante alleato del Clan Tohan. Kaeda sa cosa comporta essere un ostaggio, soprattutto per una donna che fa parte del Clan Seishuu. Il suo destino si intreccerà con quello di Takeo, dando vita a un sentimento forte. 

Il romanzo si apre con una precisazione dell’autrice, la quale chiarisce che, il carattere dell’opera è totalmente immaginario e non ci sono corrispondenze di avvenimenti storici e luoghi geografici. Ho apprezzato questo appunto, ma devo ammettere che la storia non mi ha molto conquistata, forse ero partita con troppe alte aspettative. 
Ho trovato lo stile di scrittura scorrevole, ma un po’ troppo descrittivo. Lian Hearn preferisce più raccontare che far agire i suoi personaggi e ciò non permette di provare empatia con loro, che appaiono distanti. Per quanto riguarda la dinamica amorosa l’ho trovata purtroppo frettolosa e poco approfondita. 

La trama è lineare, non ci sono particolari intrecci o colpi di scena, ed essendo il primo volume di una saga mi sento di dire che parliamo più di un capitolo introduttivo. 
Ho apprezzato l’ambientazione ben delineata e affascinante. All’inizio si fa un po’ fatica a entrare nella storia, ma grazie a un breve elenco, a inizio libro, con i nomi dei personaggi e dei vari Clan, la lettura risulta più fluida.

Nel complesso ho trovato il libro piacevole, anche se mi aspettavo molto di più. Una storia a sfondo orientale con battaglie, intrighi ed elementi fantastici dove non manca l’avventura e l’amore. 

 

Il posto magico di Wormell | Recensione

Il posto magico 

Wormell 

Provate a immaginare una Grande Città Nera, avvolta da una coltre di fumo e fuliggine, dove i tetti si susseguono all’infinito. Laggiù, in una casetta lunga e stretta, vivono Clementine e i suoi perfidi zii. Confinata nell’umida cantina che le fa da cameretta, Clementine è felice solo quando sogna un posto lontano, molto lontano, dove al posto dei tetti ci sono colline, al posto delle strade ruscelli. Clementine è convinta che esista davvero, quel suo Posto Magico, e che prima o poi riuscirà a raggiungerlo. Così un giorno, con l’aiuto del suo migliore amico – un gatto molto intelligente di nome Gilbert – decide di scappare per sempre dalla città e di arrivare finalmente lì dove ha sempre sognato di stare. Un’avventura che commuove come un classico e fa ridere come le storie di Roald Dahl, scritta e illustrata dall’artista Chris Wormell.

Capita che l’apparenza inganni, è vero, ma non è questo il caso. Quei due erano dei mostri. Malvagi e crudeli, più di quanto possiate immaginare.

Ambientato nella Grande Città Nera, dove l’aria è resa pesante dal fumo e la fuliggine, il lettore scopre la storia di Clementine. Una bambina che vive chiusa nello scantinato di casa e viene maltrattata e sfruttata dagli zii che, per come si comportano, sembrano più dei mostri che degli esseri umani. Ad allietare in qualche modo le giornate tristi e grigie di Clementine, c’è Gilbert, un gatto che la aiuterà a trovare il suo posto magico.

Devo dire che mi aspettavo di più da questa lettura. La trama è molto semplice, lineare, non ci sono particolari intrecci o colpi di scena. La storia si alterna con Clementine, che vive segregata in casa e inizia a scoprire la bellezza del cielo e la sensazione piacevole del sole sulla  pelle, e i piani dei perfidi zii.

Mi è piaciuta molto l’ambientazione, mi ha rievocato l’atmosfera cupa di una Londra passata, e ho apprezzato alcuni elementi classici che sono presenti nel romanzo come: la bambina maltrattata che sogna un posto migliore e gli zii crudeli.

La presenza di Gilbert dà una nota “fantastica” alla storia. Il gatto si palesa sempre nel momento del bisogno. E’ un felino furbo, scaltro e intelligente. Ad accompagnare la storia ci sono delle illustrazioni che spesso sono inserite in sequenza per rappresentare al meglio alcune scene.

Un libro carino che si legge velocemente, dallo stile semplice e leggero.

Credo che sia una buona lettura per i bambini che si approcciano al passaggio dai libri per più piccoli a quelli per ragazzi, proprio perché la trama è molto semplice e le illustrazioni accompagnano la storia rendendola interessante e dinamica. 

#Prodottofornitoda @Rizzoli

Tutti giù per aria di Rosella Postorino | Recensione

Tutti giù per aria

Rosella Postorino

Tina non sa cosa le è saltato in mente quel pomeriggio, quando ha accettato di giocare a pallavolo con i compagni. Di solito fa solo le cose che sa fare bene, perché ha sempre paura di sbagliare. Gli altri bambini la chiamano ‘perfettina’ e non la trovano molto divertente: la perfezione non ha mai fatto ridere nessuno! La palla cadrà nel fume, Tina per riprenderla precipiterà giù da una cascata e da qui tutto avrà inizio. Recuperata da un’enorme signora-mongolfera, viene portata in volo fino a uno strano paese, pieno di personaggi strampalati, quel giorno in festa per la Fiera degli Scarti e l’annuale Caccia al Tesoro. Chi arriverà primo? Ma soprattutto, cosa vinceranno gli altri? Perché, quando si gioca insieme, nessuno perde mai.

Tina faceva tutto bene, e quello che non sapeva fare bene preferiva non farlo. Per esempio non raccontava mai le barzellette e neppure si avvicinava al gruppo quando i compagni se le raccontavano. Aveva sempre paura di non capirle, di ridere al momento sbagliato o di fare scena muta quand’erano finite. 

Una storia per ragazzi avventurosa e fantasiosa.

Rossella Postorino è un’autrice che tutti conoscono per “Le assaggiatrici”, romanzo che ha vinto il Premio Campiello, ma con “Tutti giù per aria” l’autrice fa il suo esordio nella letteratura per ragazzi. 

La protagonista è Tina, una bambina di otto anni che ha paura di sbagliare e che per questo motivo fa solo ciò che le riesce bene. Per il suo essere “perfettina” non è ben vista dai suoi compagni di scuola. Un giorno si troverà a giocare a pallavolo con gli altri bambini, la palla cadrà nel fiume e Tina, per riprenderla, precipiterà da una cascata che la porterà in un mondo surreale con personaggi bizzarri. 

Tutti giù per aria è una storia leggera e fantasiosa. Tina è una protagonista deliziosa e, leggendo di lei, mi sono ricordata di alcune situazioni di quando ero bambina. La storia prende corpo quando Tina viene salvata da Gianna Baloon, la signora mongolfiera, e questa è solo una delle persone bizzarre che Tina incontrerà nella sua avventura. 

Punto forte del romanzo è sicuramente la fantasiosa caratterizzazione dei personaggi. Oltre alla signora mongolfiera, un altro personaggio fantastico è Giangi, il parrucchiere che taglia i capelli a forma di frutta e ortaggi. Ci sono tante altre figure strambe e fantasiose, ma non ve le descrivo per non rovinarmi la sorpresa nella lettura. Ho trovato la storia piacevole, anche se mi aspettavo qualcosa in più, ma sicuramente è un ottimo esordio nella letteratura per ragazzi. 

Il lettore si trova in una specie di Paese delle Meraviglie con personaggi bizzarri. La storia è molto carina, dallo stile scorrevole, e tratta del tema dell’imperfezione e della paura di sbagliare.

Nel libro sono presenti delle deliziose illustrazioni, realizzate da Alessandra Cimatoribus, sia a matita che a colori, che rappresentano i personaggi surreali che incontra la piccola Tina. 

Un’avventura che che catapulta una bambina perfetta in un mondo imperfetto. 

#Prodottofornitoda @Salani

 

Kitchen di Banana Yoshimoto | Recensione

Kitchen 

Banana Yoshimoto

“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina…”. Così comincia il romanzo di Banana Yoshimoto, “Kitchen”. Le cucine, nuovissime e luccicanti o vecchie e vissute, riempiono i sogni della protagonista Mikage, rimasta sola al mondo dopo la morte della nonna, e rappresentano il calore di una famiglia sempre desiderata. Ma la famiglia si può non solo scegliere, ma anche inventare. Così il padre del giovane amico Yuichi può diventare o rivelarsi madre e Mikage può eleggerli come propria famiglia, in un crescendo tragicomico di ambiguità. Con questo romanzo, e il breve racconto che lo chiude, Banana Yoshimoto si è imposta all’attenzione del pubblico italiano mostrando un’immagine insolita del Giappone , con un linguaggio fresco e originale, quasi una rielaborazione letteraria dello stile dei fumetti manga.

Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. 

Un romanzo delicato e dalla scrittura fluida. 

Kitchen è il terzo volume che leggo di Banana Yoshimoto e devo dire che mi sono approcciata alla lettura aspettandomi molto, dato che questo è considerato il lavoro migliore dell’autrice. 

Mikage è una ragazza che rimane sola al mondo dopo la morte della nonna e per problemi economici è costretta a cambiare casa. Proprio nel momento del bisogno arriva Yuichi, un giovane che conosceva sua nonna e le propone di stare a casa sua fin quando non trova una nuova sistemazione. 

Ma perché proprio il titolo Kitchen? Perché la protagonista ha un rapporto particolare con la cucina e il cibo. Per lei la cucina non è solo un luogo dove preparare il pranzo e la cena, ma è un posto che richiama calore, famiglia e sua nonna. 

Il romanzo parla della solitudine dei giovani e della morte, due punti che spesso riscontro nei romanzi di Yoshimoto, la quale ha l’abilità innata di trattare in modo così fluido e leggero questi concetti senza però sminuirne l’importanza. 

Devo dire che mi aspettavo molto di più da questa storia. Mikage è una protagonista che a volte non mi ha convinta particolarmente e l’ho trovata molto statica. Ho però adorato la caratterizzazione di Yuichi, un ragazzo introverso che vive da solo con un padre che ha fatto l’operazione per diventare una donna. Questo particolare ha dato più corpo alla storia sollevando altri punti interessanti inerenti alla società giapponese. 

Il rapporto di Mikage e Yuichi si evolve lentamente e tutto nasce dal dolore, due anime che si completano stando vicine. 

Anche se mi aspettavo molto di più da questo libro, Kitchen è stata comunque una piacevole lettura ed è sicuramente un titolo da tenere in libreria se amate lo stile di Banana Yoshimoto.